Quell’esercito mai sconfitto

I recenti gravi attentati in Afghanistan, di cui sono purtroppo stati vittime anche dei militari italiani, hanno riportato alla ribalta una questione che meriterebbe di non essere mai dimenticata: pur avendo ottenuto il crollo del regime dei talebani, l’intervento degli Stati Uniti dell’ottobre 2001 non si è concluso con la loro sconfitta bensì con il loro ritiro concordato in alcune regioni ai confini con il Pakistan. Per giungere a conquistare Kabul in poco tempo e senza grande spargimento di sangue, Washington concordò indirettamente tale ritiro: una scelta «telegenica» utile nel breve periodo, ma che più tardi si sarebbe di certo dovuto pagare a caro prezzo.
Nel disciplinato silenzio delle grandi agenzie e catene televisive internazionali, mentre la capitale afghana accoglieva i nuovi arrivati in modo pacifico se non indifferente, una forza di almeno 30mila talebani se ne allontanava con tutto l’armamento e con alla testa il suo leader Mohamed Omar, che da allora è uccel di bosco. Dal punto di vista mediatico l’esercito talebano sparì nel nulla, e quella parte dell’opinione pubblica che conserva ancora una sua autonomia di giudizio cominciò a cercare invano notizie al riguardo sui mass media più potenti e diffusi.
Frattanto però nella realtà i talebani continuavano a esistere; e non solo non erano debellati, ma anzi si rafforzavano. Il governo di Hamid Karzai, insediato il 5 dicembre 2001 sotto la protezione americana e confermato da elezioni svoltesi nel 2002 e poi nel 2004, non è mai andato oltre il controllo di Kabul e quello (peraltro incompleto) di alcune poche altre città. Ai nostri occhi di occidentali, abituati a una civiltà ormai quasi totalmente urbana, può sembrare che il controllo della capitale equivalga al controllo del Paese. Nel caso dell’Afghanistan, che invece è tuttora caratterizzato da una civiltà quasi totalmente rurale e pastorale, ciò non soltanto non è vero ma non è nemmeno convincente. Agli occhi della massima parte degli afgani le città sotto il controllo di Karzai e le basi delle guarnigioni degli Usa e della Nato sembrano piuttosto delle piccole isole assediate, sparse in un mare di campagne dove altre sono le leggi e altro è il potere.
Si aggiungano poi le conseguenze, sempre catastrofiche sul piano economico, dell’afflusso in un Paese non del terzo ma del «quarto mondo» di truppe straniere provenienti da economie ad alto reddito. L’Afghanistan ha un reddito pro capite annuo di circa 200 dollari, contro i quasi 39mila degli Stati Uniti e i quasi 25mila dell’Italia. Perciò stesso la presenza di tali truppe provoca inflazione e disarticolazione economica. Finché dunque non verranno realmente affrontati questi aspetti da un lato politico-militari e dall’altro socio-economici, l’Afghanistan continuerà comunque a essere (ma fino a quando?) non un convalescente bensì un malato in rianimazione.