Quell’esercito ribelle che combatte armato solo di parole

Scomode, appassionate, idealiste rischiano la vita per difendere la libertà. Come Benazir Bhutto

A 62 anni è ancora bella, ma non sorride mai. I generali hanno capito non l’avrebbero mai avuta vinta con lei un giorno di primavera di otto anni fa. Si alzò come tutte le mattine alle quattro e mezza, un’ora di meditazione, poi mise a bollire un uovo, la sua colazione e uscì per raggiungere la sede del partito. Era un giorno come tanti altri, il giorno più triste della sua vita. Evitò di infilarsi i fiori nei capelli come faceva di solito, di più non poteva fare per Michael, suo marito, che stava morendo di cancro, senza di lei, lontano da lei, in un ospedale di Londra. Non lo vedeva da tre anni, non lo avrebbe rivisto più. I generali erano stati gentili: può raggiungere suo marito signora, le avevano detto, la scortiamo noi all’aeroporto, se crede. Erano disposti a tutto pur di togliersela per sempre di torno. Perchè Suu, come la chiama chi le vuole bene, sapeva che sarebbe stato un viaggio senza ritorno. Aung San Suu Kyi, la figlia dell’eroe dell’Indipendenza birmana, il premio Nobel per la Pace, l’unica speranza rimasta, si strappò il cuore ma disse: no, grazie, resto qui. E smise per sempre di sorridere.
Sono un po’ tutte così. Hanno il viso dolce, l’aria delicata, il portamento regale. Ma sono dure come il diamante e hanno dentro un gelo che non si scioglie. Ogni giorno si regalano tanti piccoli gesti, come se fosse l’ultimo, e forse oggi lo sarà, ma non fanno un passo indietro mai, per nessuna ragione al mondo, tanto meno la vita, tutte in cammino verso lo stesso destino, condannate da un’ossessione di giustizia, la vita scandita da un timer truccato. Se Aung San Suu Kyi è da sempre prigioniera in casa, Ingrid Betancourt la sua non la vede da cinque anni, 2132 giorni prigioniera della foresta e dei guerriglieri delle Farc. I figli, almeno loro, li ha appena guardati negli occhi, nelle ventimila fotografie che il marito Juan Carlos ha fatto lanciare dagli aerei nella giungla, per festeggiare il suo compleanno che cade di Natale. Mamma invece era su Youtube, docile e disarmata, meno di trenta secondi di struggente, composto silenzio, immobile come una statua di rinascimentale bellezza. Da quando si candidò presidente della Colombia è sempre andata avanti per la sua strada, nonostante i pericoli, la casa sorvegliata 24 ore su 24, le auto blindate, mai lo stesso percorso, mai gli stessi orari, fino a quando si infilò lungo il sentiero di San Vicente del Caguan, covo dei ribelli, diventando solo un’ombra. «Forse mi uccideranno domani» intitolò la sua biografia. Forse domani invece tornerà a casa. É sempre bella, ma non sorride più.
Pensare che avevano tutte una vita più facile da vivere, un’occasione migliore: la Betancourt un’infanzia dorata a Parigi, Aung una vita tranquilla a Oxford, la Bhutto un’altra esistenza da spendere tra Londra e Dubai. Per non parlare della vicentina Sonia Maino, che la politica la odiava a sangue prima di diventare la signora Gandhi, prima di diventare presidente del partito che oggi governa l’India. Un attentato le ha portato via il marito Rajiv, una bomba nascosta in un mazzo di fiori, e la suocera Indira, così simile a Benazhir Bhutto, tradita dalle guardie del corpo Sikh. La prossima sei tu italiana, le hanno gridato, lei che non è mai stata amata fino in fondo e che mai lo sarà.
Sono un piccolo esercito, figlie di una dinastia e di una coerenza che non conosce pietà, fedeli soltanto a te stessa. Hanno il viso da bambola di Ngawang Sangdrol, piccola monaca tibetana condannata alla tortura, all’isolamento, ai lavori forzati nelle celle cinesi di Dracphi, l’Alcatraz delle nevi, ventidue anni le hanno dato, il massimo per gli oppositori politici, ma da quell’inferno scriveva canzoni che fuori di lì sono diventati inni alla resistenza. O la grinta di Leyla Zana, che dieci anni di galera se li è presi, unica curda eletta al parlamento turco, per aver osato parlare la sua lingua alla Camera dei deputati. Aveva trent’anni un nastrino rosso, giallo e verde sui capelli, il suo ritratto con quel nastrino diventò una sagoma ai poligono dove si addestravano le truppe speciali. Anche Shirin Ebadi, che in persiano significa «dolce», paladina delle donne e nemica giurata degli squadristi degli ayatollah, ha sfiorato la morte un paio di volte. Ma lei invece sorride sempre. Perchè di avere paura, dice, io non ho il coraggio.