Quell’esproprio “proletario” ai danni della famiglia Gramsci

Un nuovo saggio scritto da Giancarlo Lehner ricostruisce le vicende, toccanti ed esemplari, dei parenti del fondatore del Pci che rimasero in Russia dopo la sua morte<br />

Antonio Gramsci è un uomo simbolo del comunismo italiano. E a ragione, essendone stato l’intellettuale più fine. Un intellettuale che però iniziò ad essere, a prescindere dalle rivelazioni sulla sua conversione, scomodo già in vita.

Proprio per questo il Pci, e soprattutto Togliatti, hanno cercato dopo la sua morte di ottenere l’assoluto controllo su tutti i suoi scritti. Esattamente come, mentre era ancora vivo, seppur in carcere e malato, Togliatti faceva ogni sforzo per impedire che avesse contatti diretti con Mosca, sottoponendolo ad una sorta di quarantena. Gramsci prigioniero era, infatti, molto più utile di un Gramsci libero ed eterodosso, di un Gramsci che potesse prendere posizione contro gli staliniani d’Italia.

Sono fatti notti, ma da decenni costantemente “messi sotto il tappeto”, da una parte della storiografia italiana.

Su questi fatti ritorna però con uno studio molto completo e documentato Giancarlo Lehner nel suo “La famiglia Gramsci in Russia”(Mondadori, pagg. 366, euro 20).

Lehner dedica un intero capitolo alla vicenda umana della famiglia Gramsci che non solo si vide “espropriare” tutti gli scritti di Antonio ma per lunghissimi anni fu privata dei diritti d’autore che dalla stampa di quelle opere derivavano.

Si tratta di una vicenda complessa difficile da condensare in poche righe. Ma che si può riassumere a partire da una missiva del compagno Ercoli (alias Togliatti) al centro estero del Pci del 12/05/1937: «Vi prego: 1º di non prendere voi nessuna iniziativa di pubblicazione di lettere o altro materiale inedito di [Gramsci] senza accordo con me; 2º di mandarmi subito (in copia) tutte le lettere che sono nel vostro archivio». Nel 1938 il Comintern intervenne poi su Giulia Schucht, vedova di Gramsci, perché consegnasse tutti i documenti in suo possesso al Partito comunista italiano e accettasse di considerare tutte quelle carte come facenti parte dell’archivio del medesimo. Facile immaginare quanta libertà di scelta, una vedova emigrata in Urss, con due bambini al seguito, avesse rispetto alle direttive del Comintern. E dopo il controllo ideologico arrivò la questione dei diritti. I “Quaderni”, le “Lettere” e tutte le altre opere vennero per anni pubblicate in centinaia di migliaia di copie, in tutto il mondo, senza che gli eredi di Gramsci percepissero alcun diritto d’autore. Secondo Lehner solo a partire dal 1996, con fortissime polemiche, e strascichi legali i Gramsci di Russia riuscirono a veder riconosciuti, anche se parzialmente, i loro diritti.

Il libro poi racconta molto altro di questa famiglia, offrendo attraverso l’esperienza di questi italiani uno spaccato della vita in Russia negli ultimi settant’anni. Ma la questione. dell’appropriazione delle opere di Gramsci resta una delle parti più toccanti del libro.