Quell’essere strano vittima e killer delle sue visioni

Enrico Groppali

In un teatro come quello italiano da sempre inspiegabilmente avaro con gli autori a meno che non siano nel regno dei trapassati remoti, le scarse pièce che ci ha lasciato un piccolo grande autore come Annibale Ruccello occupano un posto a parte. Sia per la commistione tra l'italiano colto e la schiettezza dialettale partenopea sia, soprattutto, per l'originalità dei temi trattati. I quali, fatto salvo il più maturo dei suoi testi, quel Ferdinando ambientato ai tempi dello sbarco dei Mille, parlano tutti della costrizione coatta del singolo nel deserto delle periferie urbane. Dove il protagonista è al tempo stesso eroe ed eroina della tragedia minimalista in atto, quando non addirittura carnefice e vittima del proprio io onnivoro e disperato, come accade nelle Cinque rose di Jennifer.
Un copione ben noto anche all'estero che, in patria, ha avuto più di un'edizione coi fiocchi ma che ora Arturo Cirillo, senza forse l'enfant terrible più dotato ed estroverso della nuova scena napoletana, ha trasformato un miracoloso equilibrio di stile in uno degli show più accattivanti (e intelligenti) della stagione. Anche perché il resoconto di ciò che accade nella stanza-palcoscenico di ossessione e tormenti dove vive un trans di nome Jennifer appartiene, nella stesura di Cirillo, al regno del mistero. Come in un Beckett degradato di segno, il protagonista sembra infatti un Krapp che sogna auscultando la propria sofferenza parafrasata nei song amorosi delle star della canzone. Da cui viene bruscamente interrotto per colpa di un interlocutore come il telefono. Che, a quel punto, diviene l'eco esaltata e proteiforme del suo io diviso determinandone il sesso. Come se fosse magicamente calata nel limbo senza uscita della Voce umana di Cocteau, il signore si traveste infatti da signora in lungo che, ogni cinque minuti, si aggrappa al cordone ombelicale del telefono che dovrebbe portarle la voce dell'amato. Non solo. Ai suoi appelli senza risposta, cui risponde una voce sempre diversa, fa da contraltare la nenia minacciosa di una radio che la mette in guardia dagli exploit di un pericoloso assassino. Prima che la situazione si complichi con l'immissione di un'altra figura (la brava Monica Piseddu), che nello spettacolo non sappiamo se sia o no una donna, la quale a tratti sembra incarnare l'immagine infernale del Fato.
A questo punto, non chiedetemi chi sia il killer e a chi invece venga riservato il ruolo della vittima. Vi consiglio solo di applaudire lo straordinario talento di Cirillo, oggi l'entertainer più geniale che vegeti alle balze del Vesuvio.

LE CINQUE ROSE DI JENNIFER - di Annibale Ruccello Nuovo Teatro Nuovo di Napoli. Regia e interpretazione di Arturo Cirillo, con Monica Piseddu. Milano, Teatro Filodrammatici fino a domenica. Poi a Buti e Imola in tournée