Quell’estate di culture che Genova non ha

(...) così giustificati come per Carloforte: oltre alla nomina a Comune onorario della Provincia di Genova, circostanza che la accomuna a Calasetta, Carlforte è gemellatissima con Pegli, scelta quasi obbligata, e pure con Camogli.
E, persino dal punto di vista culturale e musicale, il suono dei carlofortini (o carolini, se si preferisce), è lo stesso suono di Genova. Suono in ogni senso: basta sentire il dialetto dolcissimo che attraversa ogni strada e ogni angolo e che viene parlato praticamente da tutti, senza eccezione alcuna.
Ma è anche il suono di Fabrizio De Andrè, con Creuza de Mà che dà il titolo alla manifestazione più importante dell’estate, un ciclo dedicato alla musica da film che fa parte di un progetto complessivo della Regione Sardegna che si chiama Le isole del cinema e coinvolge anche le altre isole di un’isola: Tavolara, la Maddalena e l’Asinara.
Anche qui, si va a finire alla solita conclusione: l’invidia. Invidia positiva per quello che si riesce a fare nella genovese Carloforte e quello che non si riesce più a fare nella sempre meno genovese Genova. Nonostante il numero abnorme di consulenti, assessori, vari ed eventuali della giunta Vincenzi, l’estate culturale della nostra città è stata di una pochezza assoluta, a volte con manifestazioni degne di una sagra di paese (con tutto il rispetto per le sagre di paese), che nemmeno l’ottimo concerto di Lucio Dalla e Francesco De Gregori per la Notte Bianca riuscirà a riscattare. E, a fine stagione, gli unici progetti organici che fanno pensare a un disegno culturale vero, anzichè a un album delle figurine delle manifestazioni estive, sono il Mondomare festival del teatro dell’Archivolto, con gli inediti che hanno segnato positivamente la stagione, e le iniziative dei Teatri Possibili Liguria di Sergio Maifredi, fra tutte il Festival degli scali a mare di Pieve Ligure.
Ma, per l’appunto, sono eccezioni in un’estate genovese poverissima dal punto di vista delle idee e della progettualità. Che lascia ancor più straniti guardando a Carloforte, al livello assoluto di qualità del programma di Creuza de Mà e della sua lettura della musica da film, con pellicole color seppia musicate dal vivo dai più grandi jazzisti italiani, proiezioni di capolavori del cinema italiano, balli sulle spiagge e un commovente Tramonto musicato da Javier Girotto al sax e Luciano Biondini alla fisarmonica davanti al faro di Capo Sandalo, mentre il sole calava. Qualcosa di commovente e che prendeva il cuore. Qualcosa con un’anima. Qualcosa con un’identità. Qualcosa che a Genova non c’è.
Così come è altissimo il livello dei dibattiti che ci sono stati per l’ÚÌZE festival, un viaggio dedicato a «Le isole fra mito, storie e progetti», accompagnato sui manifesti (bellissimi anche graficamente, ma è la ciliegina sulla torta) da una citazione di Serge Puy che, da sola, era un salto di qualità: «Io credo nelle isole perchè esse sole inventano il mare».
E, persino al di là del livello dei relatori, da Umberto Eco in là, con tutti i maggiori semiologi italiani, il festival delle isole ha segnato un punto altissimo della politica culturale a Carloforte. Richiamandomi alla memoria la bellissima sera di Mondomare, organizzata da Pina Rando e Giorgio Gallione, che ho passato sul palco di San Terenzo di Lerici con Neri Marcorè e il direttore editoriale della Einaudi, il genovesissimo Ernesto Franco.
Anche in quell’occasione parlavamo di isole. Anche in quell’occasione, Genova e la sua cultura da sagra paesana erano lontane. Più di quanto dicesse il contachilometri. Isole di un pensiero eternamente rivolto al passato.
(2-continua)