Quell’Hitler depresso che fa tanto ridere

Arrriva «Mein Führer» che mette alla berlina il dittatore tedesco

da Roma

Su certe cose, non si scherza. Però Roberto Benigni, col suo La vita è bella, buttando sul comico la storia delle deportazioni naziste, ha dimostrato come sorridendo sia possibile abbattere il più pervicace dei tabù. E incassare al botteghino. Ora, a mettere in ridicolo Hitler e i suoi seguaci, interviene il regista ebreo svizzero Dani Levy, segnalatosi nel 2005 con Zucker. Come diventare ebreo in sette giorni. L’ardua impresa di gettare una luce buffa sulla pagina più nera della storia, col solito dittatore provvisto di baffetti che fa il perfido perché, da piccolo, non l’hanno amato abbastanza, sta diventando un genere cinematografico. Esemplificato da Mein Führer. La veramente vera verità su Adolf Hitler (da venerdì nelle sale), dove la memoria de Il grande dittatore di Chaplin (satira vista e rivista, con gusto, da Hitler stesso, coetaneo di Charlot) riecheggia ovunque, sebbene Levy cerchi di scalare la montagna con un altro rampino.
Quale? Quello della cosiddetta «pedagogia nera», dibattuta in Germania tra gli psichiatri, che leggono i libri di Alice Miller, terapeuta tesa a dimostrare come l’educazione infantile, basata sulle umiliazioni e sulle pene corporali, generi mostri. Come Hitler, appunto, la cui infanzia venne funestata da un padre autoritario e manesco, come racconta il personaggio del film (interpretato dal musicista e attore Helge Schneider), nella scena in cui rivive il trauma delle botte paterne. Alla singolare commedia, uscita in Germania a gennaio e accolta da contrastanti pareri di pubblico e critica (ma il Comitato Ebraico ha dato pollice verso) va aggiunta l’aura testamentaria del coprotagonista Ulrich Muhe (indimenticabile in Le vite degli altri), qui al suo ultimo ruolo. «Era un attore straordinario, taciturno e vecchia scuola, nel suo approccio scientifico al ruolo», rammenta Levy, che l’ha fortemente voluto nel suo cast di brillanti interpreti. Come Sylvester Groth, nel ruolo di Joseph Goebbels, moderno ministro della Propaganda nel Terzo Reich, claudicando e fornicando appena può.
La storia narra una vicenda (pare) realmente accaduta quando un attore ebreo (Muhe) viene prelevato dal campo di concentramento, onde poter preparare il dittatore al discorso finale, quello che dovrebbe rianimare gli animi dei tedeschi, prossimi alla sconfitta. Siamo, dunque, alla fine della guerra e mentre Berlino brucia e le SS cospirano, un Hitler depresso e il suo allenatore si trovano ogni giorno, in una stanza, per impostare l’evento.
L’attore ebreo, che si chiama Adolf pure lui, ha piena libertà, tanto che proverà a far fuori il tiranno, ma tra i due si instaurerà uno strano rapporto psicoanalitico, nel quale vittima e carnefice si comprendono. «Ho un debito nei confronti del coraggioso film di Benigni, anche se il suo film mi nauseò, all’inizio. Su Hitler esistono poche commedie e voglio mettere in guardia le giovani generazioni, coinvolte in banalizzazioni pericolose», spiega Levy.