Quell’idea prepotente del potere

Un giorno un gruppo di studenti, legati a Rifondazione comunista, toglie la parola al cardinal Camillo Ruini e rivela che l’Italia è l’unica democrazia occidentale in cui la Chiesa è costretta a rivendicare pubblicamente il diritto di esprimersi. Due giorni dopo Romano Prodi, sostenuto dalla signora Flavia, accusa di parzialità il sistema radio-televisivo italiano, solo perché Enrico Mentana ha divulgato un sondaggio che vede la Casa delle libertà distanziata di poco dall’Unione. Dimenticando, il Prodi, di aver egli stesso già avvertito il proprio elettorato che la vittoria non è sicura. Un altro giorno ancora ed ecco apparire delle liste di proscrizione, manager da cooptare e manager da licenziare, nella prospettiva di un'alternanza che sembra vissuta come un vero e proprio cambio di regime.
Ciascuno di questi episodi ha una sua spiegazione. Il primo è il frutto dell'esasperazione laicista in cui si è lasciata trascinare una sinistra ossessionata dalla parola «diritti» e ormai svuotata di valori. Il secondo rientra nel novero dei riflessi condizionati, l'abitudine di rivendicare spazi mediatici in modo un po' sommario e, nello stesso tempo, prepotente, ben sapendo che l'allarme sul pluralismo è propaganda fin troppo facile. Il terzo è un avvertimento di chi si sente già padrone delle istituzioni, dopo aver gridato per quattro anni contro le lottizzazioni, e compila certificati di buona condotta. Ma quel che colpisce è la sequenza, a cui va aggiunta la naturalezza, con cui Adriana Zarri ha dileggiato Umberto Bossi, già vittima di altre «ironie» di analogo significato trasmesse dalla Rai «occupata» dal centrodestra. È, infatti, una sequenza che segnala un'escalation di intolleranza esibita con tranquilla normalità.
Normale è interrompere una conferenza del cardinal Ruini non su un argomento politico, ma sul «progetto culturale della Chiesa italiana e il pontificato di Giovanni Paolo II». Normale è accusare di parzialità un talk show in cui si offre un'informazione non gradita. Normale è dire «quello lo caccio» e «quello, se si comporta bene, lo tengo». Normale è scrivere che un leader politico deve essere curato da un veterinario. Soprattutto normale è presentarsi con questo stile di governo.
C'è allora da chiedersi su cosa punti un'alleanza che mescola incappucciati e politici di lungo corso e come veda la vittoria elettorale, di cui è convinta dal giorno del risultato delle regionali. C'è il sospetto che qui non c'entrino nulla i diritti delle coppie di fatto, la pluralità dell'informazione, lo spoil system o la satira e che l'intenzione o la speranza, che serpeggiano nell'Unione, siano quelle non tanto di governare una democrazia dell'alternanza quanto di costruire un monocolore. E, magari, di riuscire a superare il bipolarismo con una forma inedita di monopolarismo politico, culturale e sociale.
La gran parte delle regioni e la gran parte delle città sono - certo per volontà popolare - amministrate dall'Unione. Una parte consistente dei poteri su cui si regge una democrazia sono esplicitamente simpatizzanti per il centrosinistra. Se, in primavera, l'alleanza raccolta attorno a Prodi dovesse vincere le elezioni l'Italia apparirebbe appunto come un monocolore, con qualche macchia qua e là. Con una società da uniformare. E nella quale considerare un vero e proprio diritto non solo non ascoltare, ma togliere la parola a chi non la pensa come te, sommergere in uno scandalo chi pubblica un sondaggio spiacevole, cacciare l'intera classe dirigente se non si sottomette, definire una bestia l'avversario politico. Ecco l'idea del potere, di cui gli episodi di questi giorni ci stanno avvertendo.