Ma quell’imam non rappresenta noi moderati

Vedo parecchia ipocrisia in giro ultimamente. Ci si scaglia contro la decisione di non far entrare in un museo una donna a volto coperto, quando per legge ognuno dovrebbe essere riconoscibile. Poi vediamo il prefetto di Milano trattare lo spostamento della moschea di Viale Jenner con l’imam Abu Imad, un condannato per terrorismo.
Che tristezza vedere il prefetto Gian Valerio Lombardi stringere le mani di una persona che, stando a ciò che è stato scritto su il Giornale, è stato condannato a tre anni e otto mesi per «associazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo». Abu Imad fu incarcerato in Egitto in seguito all’assassinio del presidente Sadat. Un omicidio a cui non fu estraneo Al Zawahiri, uno dei capi di Al Qaida.
Parlare con un riconosciuto terrorista è un terribile errore. Innanzitutto perché è come se venisse legittimato il terrorismo, come dice Magdi Cristiano Allam. In secondo luogo, come sostiene Souad Sbai, è uno shock per noi musulmani liberali che veniamo estromessi, di fatto, da una discussione che dovrebbe riguardare in primo luogo noi. La scelta di trattare con degli estremisti reclutatori di assassini ferisce profondamente noi musulmani liberali e fa intravedere all’orizzonte tempi foschi. Non possiamo lasciare una moschea in mano a gente pronta a trasformarla in una tribuna in cui Dio è assente, sostituito da una politica fondata solo sul terrore. Chi mai sceglierebbe come interlocutore un fondamentalista di una qualsiasi delle religioni del mondo? Nessuno.
Eppure qui si tratta con una persona riconosciuta colpevole di terrorismo, come se rappresentasse tutti noi musulmani. Io mi sento offesa: non voglio essere rappresentata da un individuo del genere. Inoltre, legittimare un terrorista è pericoloso per gli stessi cittadini italiani. Vuol dire scherzare col fuoco. E mentre si interloquisce con una persona condannata per terrorismo, ci si scandalizza del perché non è stata fatta entrare una turista col volto coperto in un museo veneziano. Forse sarebbe meglio, se si vuol fare il bene dei musulmani e delle donne musulmane, interrogarsi sulla sofferenza di chi soffoca dietro un velo. E magari cercare di rendere le moschee dei luoghi dove i fedeli si recano per pregare Dio e non per ascoltare dei sermoni carichi di odio contro l’Occidente.
*Presidente dell’associazione donne arabe d’Italia (DARI)