Quell’impiegato nel catasto dell’umanità

A vent’anni dalla morte, Piero Chiara ottiene quei riconoscimenti che i preconcetti livorosi sulla deprecata «letteratura di massa» gli avevano in parte negato. Pubblico e critica in Italia vanno d’accordo di rado e chi, come lo scrittore di Luino, inanellava best-seller a ripetizione non poteva essere visto di buon occhio dai militanti stroncatori del successo letterario. La narrazione di costume, poi, specie quando non è amalgamata dal lievito populista dell’impegno ideologico, si compone di materiali di scarto troppo indigesti all’alta cultura per meritarne citazioni e apprezzamento.
La pubblicazione del primo volume dei «Meridiani» dedicati a Chiara (Tutti i romanzi, Mondadori, pagg. XCV-1510, euro 55) è un indizio di un clima decisamente mutato. C’è chi storcerà la bocca dinanzi a questa cooptazione nella galleria dei classici italiani, ma l’eccellente introduzione di Mauro Novelli (già curatore di un «Meridiano» dedicato ad Andrea Camilleri) legittima il riconoscimento di Chiara come «uno dei maggiori narratori di costume del secondo Novecento». Difficile dargli torto. Pochi hanno saputo (o voluto) dar luce quanto lui agli interstizi più succulenti e spontanei della vita di provincia, senza escludere nulla, pettegolezzi e scandali piccoli e grandi, vizi bonari e maldicenze scabrosette. La sua grandezza sta proprio nello scandagliare, invece che il magma caotico della metropoli novecentesca, la vitalità inconsulta di una periferia minoritaria, ma appetitosa, reietta in una zona d’ombra dimenticata.
Da Il piatto piange (1962) in poi, si materializza un infinito repertorio di testimoni viscerali e pieni di difetti, umanissime figure di comunità rissose e sgangherate, in mezzo a cui pullulano giocatori e bovaristi, sfaccendati e falsi perbenisti, avari e dissipatori. Un theatrum mundi in cui domina il gusto della parola, che è lo strumento, oggi quasi in disuso, con cui si anima la socialità più schietta e vibrante. Nei romanzi di Chiara si torna a parlare, a comunicare al caffè (forse un illuministico retaggio settecentesco) o al tavolo dell’osteria, sia pure di denaro, di processi, di sensualità primitive o di sequenze erotiche. Pura vita, sul modello dell’amato Casanova (di cui Chiara per primo tradusse i manoscritti autografi), con la differenza non secondaria che qui le scostumatezze boccaccesche non seguono i percorsi luminosi di castelli e capitali europee, ma i più tortuosi sentieri di un borgo, sonnacchioso e dinamico al tempo stesso, affacciato sul Lago Maggiore.
Sotto la coltre del fariseismo e di ipocrisie inevitabili in ogni «piccolo mondo», si agitano sempre il peccato e la maldicenza, che Chiara misura con schietto realismo, senza traccia di tentazioni moralistiche. Indiscrezioni, spiate, le più intime abiezioni private movimentano la vita di un coro di mal parlanti, schierati spesso intorno all’«oggetto» femminile. Sulla donna, infatti, si calibrano le volontà di affermazione e di seduzione di giovani e non. Che donnaioli lo sono a modo loro, senza estetismi alla D’Annunzio (il vate amato, ma più ancora detestato, a cui Chiara dedicherà una fortunatissima biografia) né millantate ribalderie. Piuttosto, l’identikit del vincitore (al gioco sul tavolo verde o a quello, identico, nell’arengo della conquista femminile) esalta silenziose abilità e tattiche discrezioni con cui le più insidiose passioni carnali (a cui sono soggetti tutti, preti e beghine inclusi) gareggiano con la minaccia della morte o con quella, non più rassicurante, delle corna.
Altro che erotismo a buon mercato, dunque. Certo, si può dire che, sfogliando licenze e trasgressioni novecentesche, il piccante (anche quello della letteratura di consumo dei primi decenni del secolo) non è autentico se non è innaffiato da vigorose spruzzate di rovina sociale o perdizione morale. Nei romanzi di Chiara, invece, si esce indenni dal rischio facile dell’emozione o del patetismo maudit; e però, a segnare successi, schermaglie e dissolutezze, si affacciano sempre, laconiche e sornione, precarietà, sconfitte e massicce porzioni di umorismo. E bene fa Novelli a sottolineare come l’impudicizia, brandita da molti a mo’ di rimprovero a Chiara, sia in realtà soffusa da ellissi, arguzie e sottili (anche se occhieggianti e allusive) innocenze. La prurigine, semmai, va a braccetto con la malizia di certe situazioni, in cui il sacro si confonde col profano, come accade al memorabile amplesso tra i due protagonisti de La spartizione (1964), consumato in un convento e interrotto dal rovesciamento del confessionale, da cui spuntano due sacerdoti, indignati spettatori della scena.
Il palcoscenico quotidiano regala queste e altre stranezze. L’opera di Chiara le registra in uno sterminato inventario, in cui il grottesco si sostituisce alla retorica (Càmola, ne Il piatto piange, durante un intervallo delle sue imprese amatorie, compare come mamma l’ha fatto in mezzo alle celebrazioni del decennale della Rivoluzione fascista) e dove la logica delle grigie sequenze giornaliere è squadernata dal mistero, da un giallo o da un delitto, per lo più privo di colpevoli (per esempio, nell’ultimo, postumo, Saluti notturni dal Passo della Cisa). Ogni evento, che autori più celebrati dalla critica avrebbero condannato alla marginalità, diventa nello scrittore di Luino un pretesto più che valido per raccontare e accumulare storie in un gigantesco catasto personale e collettivo. Mentre dagli anni Sessanta in poi dilagava uno sterile e arido formalismo che inibiva il fatto stesso di scrivere, Chiara ha fatto suo il motto di Casanova «Nessun altro impegno/ oltre quello di narrare». Tanto da farlo incidere sulla porta dello studio della sua casa varesina, a suggerire un’ideale fratellanza, che anche il destino avrebbe suggellato.
Chiara morirà, il 31 dicembre 1986, a settantatré anni. Come Casanova, appunto.