Quell’impunita tracotanza degli ayatollah

Siamo di fronte alla ripetizione un po' maldestra di uno slogan ricorrente anche in passato nelle esternazioni degli ayatollah di Teheran, o all'apertura di una offensiva a tutto campo dell'Iran contro Israele? Questo è l'interrogativo che si pongono oggi i governi di tutto il mondo, dopo avere energicamente protestato contro il proclama del presidente iraniano Ahmedinejad che «l'entità sionista deve essere cancellata dalle carte geografiche». Se, giovedì, una nota dell'ambasciata iraniana a Mosca sembrava volere gettare acqua sul fuoco, precisando che il presidente «non intendeva aprire una crisi», ieri lo stesso Ahmedinejad, partecipando a una manifestazione popolare alla testa di decine di migliaia di fanatici, ha ribadito la sua tesi e respinto al mittente le accuse rivoltegli dalla comunità internazionale, segretario generale dell'Onu e Russia compresi. L'ultrà eletto a sorpresa alcuni mesi fa al posto che fu del «moderato» Khatami sembra del tutto indifferente al fatto che la Francia, Paese da sempre vicino all'Iran, abbia definito le sue dichiarazioni «in contraddizione con la pretesa di essere un membro maturo e responsabile della comunità internazionale», che perfino il presidente palestinese Abu Mazen abbia preso le distanze e che la richiesta di Sharon di espellere l'Iran dall'Onu non abbia avuto la reazione negativa che l'avrebbe accolta in altre circostanze.
Gli indizi, perciò, sono a favore di una presa di posizione che va al di là del livello propagandistico, destinata a essere seguita da fatti concreti. In un certo senso, questi fatti hanno addirittura preceduto le parole. Ormai da qualche tempo la Jihad islamica, braccio palestinese di quegli Hezbollah libanesi legati a filo doppio a Teheran, ha ripreso gli attentati terroristici contro Israele e ieri ha denunciato formalmente - insieme alle altre organizzazioni estremiste - la tregua che Abu Mazen aveva concluso con Sharon. L'Iran, che si oppone da sempre a una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese, potrebbe avere calcolato che un suo intervento diretto nella crisi è oggi necessario per rilanciare l'intifada, impedire qualsiasi progresso della road map e soffiare sul fuoco del «conflitto di civiltà».
Le preoccupazioni occidentali sono naturalmente accentuate dalla corsa dell'Iran all'arma nucleare, che l'iniziativa diplomatica di Francia, Germania e Gran Bretagna ha cercato invano di arrestare. Dopo quasi due anni di infruttuosi tira e molla, i tre governi europei che avevano cercato - con il consenso per la verità non troppo convinto degli Stati Uniti - di «comprare» con una serie di concessioni la rinuncia di Teheran al processo di arricchimento dell'uranio sembrano rassegnati alla sconfitta. Tra poche settimane, l'Aiea (insignita un po' inopinatamente del premio Nobel per la pace per il suo impegno contro la proliferazione nucleare) dovrà decidere se deferire o meno Teheran al Consiglio di sicurezza. Se le posizioni attuali non cambieranno, l'applicazione di sanzioni invocata da Washington, e oggi non più osteggiata dall'Unione europea, sarà bloccata dal veto cinese. Ma la semplice richiesta di una condanna acuirebbe ulteriormente il conflitto con l'Iran che già oggi figura, con la sua alleata Corea del Nord, in testa alla lista americana dei Paesi-canaglia.
Il problema è come ridurre gli ayatollah alla ragione. Dopo le vicende irachene, una opzione militare è esclusa, anche se di tanto in tanto affiora l'ipotesi di un blitz israeliano contro gli impianti sospettati di preparare la produzione della bomba atomica. Un serio boicottaggio economico, simile a quello che a suo tempo piegò il Sudafrica dell'apartheid, sembra parimenti difficile da realizzare, sia per la difficoltà a mettere tutti d'accordo, sia perché oggi il mondo industrializzato non può fare a meno del petrolio iraniano. La tracotanza di Ahmedinejad, che si manifesta anche in una sempre maggiore ingerenza nelle vicende irachene, può essere perciò dovuta anche alla convinzione di godere di una certa impunità.
La crisi ha avuto, comunque, una conseguenza positiva: la comunità internazionale è stata compatta nel prendere le difese di Israele, e sembra gradualmente convincersi che alla volontà di pace di Sharon non fa riscontro una eguale disposizione da parte del mondo islamico. Il fatto che Gianfranco Fini, atteso a Gerusalemme lunedì, sia il primo ministro degli Esteri europeo a portare questo messaggio di solidarietà conferma che - con il governo di centrodestra - l'Italia in Medio oriente ha finalmente imboccato la strada giusta