Quell’ospedale nascosto tra i missili

A Nahariya arrivano decine di katiusha: nelle corsie arabi e israeliani si curano insieme

Gian Micalessin

da Nahariya

Il bastardino spelacchiato annusa il cumulo di rifiuti, gli rifila una leccata sospettosa, si guarda intorno sperduto. Un deserto troppo grande anche per lui. Troppo silenzioso, troppo vuoto, anche per un rilassatissimo e assolatissimo shabbat di luglio. Deserta la strada, desolate le spiagge, sprangate porte e finestre. Aperte solo le candide blindate dei rifugi. Un invito silenzioso a scendere. A sprofondare. A scomparire in quel confortevole requiem di cemento che risucchia gli umani, le loro vite consuete, le nuove paure. Solo il dottor Atzmon Sur è ancora lì dentro, dietro le persiane socchiuse, con il telefono in mano. «Seguite le mie istruzioni se no a casa mia non ci arriverete mai e lì fuori non troverete un’anima che vi risponda». Ha studiato Medicina a Verona, trent’anni fa. L’italiano scorre ancora vivo, fluente. Ci vede, ci viene incontro. «Ogni volta che la vostra nazionale vince il mondiale qui son problemi. Nell’82 ci toccò invadere il Libano, stavolta vedremo». Ridacchia, ma è anche lui un’anima sperduta. La casa vuota, una vita da marito abbandonato. Tazze rovesciate, piatti sporchi, vestiti da stirare. La moglie l’ha lasciato nel mezzo di una festa di matrimonio alle prime katiuscia. «Quelle di giovedì» precisa lui come chi tiene calendario con il rumor dei botti. Con lei l’hanno salutato le due figlie di 13 e quindici anni. E in macchina è saltato pure il cane. «Così devo pensare solo a me» si consola. Ha 55 anni, è il primario del Reparto di riabilitazione dell’ospedale di Nahariya. S’illudeva di vivere in una tranquilla cittadina di mare. Invece Nahariya è una città chiusa per missili. Chi aveva amici, parenti e case disponibili è già emigrato con figli e bagagli. Le katiuscia qui hanno colpito, ucciso. E continuano ad arrivare. Alle cinque e dieci sei botti secchi, un sibilo di sirene, di motori imballati, un corteo di auto in fuga. È il ministro dell’Ambiente Gideon Ezra. È arrivato da poco, sta visitando i posti colpiti. Un razzo esplode a un centinaio di metri dalla sua auto. Per poco non ci resta. A qualcuno è già successo. Atzmon Tsur mostra la palazzina bianca. Sette piani, un buco sul tetto. «Lì è morta la signora giovedì pomeriggio, era argentina, era arrivata da quattro anni, il missile le è caduto proprio addosso sul terrazzo, l’ha fatta a pezzi». Oltre una rotonda d’asfalto ferito detriti di cemento bianco, una casa di riposo per anziani, la facciata artigliata da una vampata di schegge. «Tutti vivi, ma non possiamo neanche portarli via» sussurra rassegnato Atzmon. Più avanti tre piani di cemento sventrati. Una camera con vista su, in alto, dove s’è infilata la katiuscia. Sotto, un botteghino di frutta con le banane a marcire nelle casse rovesciate, tra le angurie esplose, i zucchini calpestati in fuga. Uno scenario da città fantasma, il set perfetto di tutte le dirette televisive. «Le bombe non cadono mai nello stesso posto» spiega il rilassato produttore televisivo israeliano pronto per i collegamenti via satellite. Oltre la prima cerchia cittadina l’ospedale dell’Alta Galilea. Settecento letti trasferiti in fretta e furia nelle catacombe. Come tutto quel che funziona in questa città. Atzmon ti scorta giù, lungo le scale. «Sapevamo di avere l’unico ospedale sotterraneo del Paese, l’unico pronto a sopportare una guerra chimica, ma non l’avevamo mai provato dal vero. Giovedì sera abbiamo trasferito tutto in due ore, non funzionava l’aria condizionata, non si trovava niente, ma passata la notte tutto ha ricominciato a girare». Ora sono tutti assieme là sotto. I feriti arabi di Kisla e Abu Slam, quelli di Nahariya e delle altre città del nord. Donne velate, vecchi con il fez chinati sul nipote ferito. Accanto, a un passo, la ragazzina ebrea, jeans sottopubali, seno sparato, labbra sbaciucchiose appiccicate alla guancia del fidanzatino ingessato. Tutti assieme, tutti vittime degli stessi missili ciechi e indiscriminati. Medici e infermieri sono lì seduti a ognuno dei nuovi reparti, con l’aria smagata di chi ha recuperato la routine. Moshe Daniel, chirurgo e vicedirettore, da quattro giorni gestisce la nuova vita sotterranea. Il direttore è all’estero, il peso del gran trasloco pesa tutto sulle sue spalle. Parla italiano, si definisce mezzo pisano, ricorda gli studi in Toscana e intanto ordina nuovi letti per i feriti in arrivo. «Finora ne abbiamo curati trecento, ma quelli gravi sono poche decine, la maggior parte sono in stato di choc, ma non abbiamo problemi. Siamo preparati a tutto. L’ospedale ha otto camere operatorie studiate per resistere agli attacchi batteriologici. Solo una bomba nucleare ci può mettere in crisi». Squilla il telefono. «Ne arrivano altri, hanno appena colpito Carmiel, si ricomincia, il grave - sorride - è non sapere quando finirà».