Quell’ospedale nuovo e maledetto dove nessuno voleva farsi curare

Castellaneta (Taranto) - La A112 di color giallino viene dalla direzione di Massafra e procede alla stessa velocità di un carro da morto. Gli altoparlanti montati sul tetto - uno a prua, l'altro a poppa - chiamano a raccolta la cittadinanza martellando orario e luogo dell'appuntamento. «Questa sera, alle ore 21… ».
Il 27 e il 28 si vota per il rinnovo del consiglio comunale, e in piazza, ripetono a cantilena gli altoparlanti, c'è un appuntamento imperdibile con non so quale candidato che ha da dire delle cose altrettanto imperdibili sul futuro di questa landa pettinata a vigneti e a uva regina. Ma vigliacco se si trova uno disposto a raccattare uno dei volantini che volano per l'aria. Solo tre pensionati cedono alla tentazione. Sono lì, le mani dietro la schiena, sotto il cartello che dà il benvenuto al viandante che arriva a Castellaneta e lo avverte che questa non è mica una cittadina qualsiasi. Questa, assicura la toponomastica locale, è la «città del mito». E la faccia di Rodolfo Valentino vestito da sceicco bianco è lì, in tutto il suo umbratile fascino hollywoodiano, a dire di che mito si tratta.
Ecco, è stata la stramaledetta scadenza elettorale, dicono ora molti, a provocare le morti sospette all'ospedale. E a gettare sulla «città del mito» l'ombra della città dove si muore in allegria, visto che il protossido d'azoto è un gas esilarante. Lo scrive in prima pagina Taranto Sera, e lo ripete a chiare lettere Augusto Pardo, capogruppo di An alla Provincia, che ha appena accompagnato un parente per una visita di controllo. «Sono stati la Asl e il centrosinistra a spingere perché il reparto di terapia intensiva coronarica venisse aperto a tamburo battente - denuncia Pardo -. C'è stata addirittura una corsa ad aprire. Bisognava farsi belli davanti all'elettorato. E la fretta ha certamente giocato un ruolo in questa agghiacciante vicenda».
Peccato, però. L'ospedale di Castellaneta, inaugurato nel 2005 dopo vent'anni di gestazione, false partenze, fermi e ripartenze doveva dare smalto, far rifulgere l'orecchino di Nichi Vendola, presidente della Regione. Invece è finita con un via vai di bare di sventurati convinti che qui, tra laboratori d'analisi e reparti fiammanti, stanze linde e pinte e macchinari nuovi di zecca, come a Zurigo o a Losanna, avrebbero potuto sfangarla almeno come al Niguarda di Milano, senza imbarcarsi in quei mortificanti viaggi della speranza verso il salvifico Nord. Invece, dopo il via vai di bare, ecco quello delle bandoliere dei carabinieri che mettono nastri, ceralacca e lucchetti.
L'ultima a partire, il 20 aprile scorso, era stata proprio l'Utic, l'unità di terapia intensiva. Mancavano i cardiologi, non si riusciva a mettere in piedi uno straccio di concorso, ci vollero le telecamere di Striscia la notizia per sciolinare l'evento. Bello però è bello, l'ospedale. Travertino e pietra chiara salentina, vetrate e alluminio, ordine e pulizia, e perfino una piramide di vetro, copiata pari pari da quella del Louvre, per dare luce al vestibolo. Un'americanata d'ospedale, con 146 posti letto per una città di 18mila abitanti e strutture che neanche a Vipiteno, altro che sud sfigato e piagnone. Anche il colore dell'edificio, un monolito di sei piani, era stato pensato per invogliare la gente a fidarsi, ad accomodarsi spensieratamente. Un color rosa antico virante al pesca; o forse al salmone, ma con una punta di albicocca. Peccato solo per la vicinanza del cimitero, forse cento metri in linea d'aria, che non è esattamente una visione incoraggiante, se vogliamo, per un malato. Eppure, raccontano in città, qui la gente ci viene malvolentieri. Al punto che molti, pur avendo il grand hotel della sanità salentina a un passo, stella polare per la zona occidentale del Tarantino, preferiscono andare fino a Matera, per un intervento che non sia un'appendicite.
Meno male che medici e infermieri, se non altro, non c'entrano. Ne è sicuro l'onorevole Ludovico Vico, dell'Ulivo, al quale non par vero di ricordare che a inaugurare l'ospedale, nel 2005, era stato il presidente della Regione di allora, Raffaele Fitto, star del Polo delle libertà, e che i due precedenti presidenti della Asl tarantina, Giuseppe Brizio e Vito Armenise (il primo di Forza Italia, il secondo di An) finirono in carcere, nel 2003, sotto l'accusa di corruzione. Ecco, forse ci siamo. Le responsabilità vanno cercate nel centrosinistra affamato di voti, che pur di farsi bello cavalca la salute dei cittadini; e il malaffare del centrodestra, inteso come radice del male. Siamo fatti così. In un modo o nell'altro bisogna buttarla in politica.