Quell’ottimismo del Professore ha i giorni contati

Paolo Armaroli

Contro ogni evidenza, Romano Prodi nutre fiducia. Come Luigi Facta, il presidente del Consiglio che nell’ottobre del 1922, alla vigilia della marcia su Roma, sprizzava ottimismo da tutti i pori, convinto che ben presto l’ordine sarebbe stato ristabilito. Non aveva fatto i conti con Vittorio Emanuele III che rifiutò di firmare lo stato d’assedio temendo che l’esercito facesse comunella coi fascisti con gravi rischi per la Corona. Anche il Professore non ha fatto bene i conti con i tanti osti che lo tengono in ostaggio. La coperta del potere è corta. Dando disco verde a Fausto Bertinotti, che si insedierà alla presidenza della Camera, ha scontentato Massimo D’Alema, che ha dietro di sé il maggior partito del centrosinistra. E se anche Franco Marini dovesse perdere la cappa di presidente del Senato, magari per un solo voto, sarebbe costretto a fare fagotto.
Ciò nondimeno, il Professore continua a ostentare fiducia. Tanto da affermare, parlando alle nuore della sua coalizione perché la suocera del Quirinale intenda, che per lui ogni momento è buono per ricevere l’agognato incarico da Ciampi. Sicuro di formare la compagine ministeriale in quattro e quattr’otto e di ottenere la fiducia dei due rami del Parlamento prima del 13 maggio. Che è il termine ultimo per la riunione del Parlamento in seduta comune volta alla elezione del capo dello Stato. Perché tanta petulante insistenza che non può piacere più di tanto all’attuale inquilino del Colle che non si è stancato di dire che non sarà lui ma il suo successore a conferire l’incarico di formare il governo? Ma è chiaro. Teme che da un momento all’altro tutto gli crolli addosso e sia costretto a gettare la spugna come un pugile suonato.
Ma lui, tanto per cambiare, nutre fiducia. Per la semplice ragione che è convinto di aver scoperto l’elisir di lunga vita, spiattellato giorni fa nel corso di una intervista a Time magazine. Prima ha dichiarato spensieratamente: «Resteremo uniti e governeremo cinque anni. E non è una questione di potere». Senza dirci, lasciandoci in ansia, di quale mai questione si tratti. E poi giù l’affondo, la rivelazione dell’arma segreta che - Hitler docet - di solito è la risorsa dei disperati: «Come evitare il collasso del governo? È semplicissimo, con lo spettro di nuove elezioni. L’ho detto con molta chiarezza ai miei alleati, se c’è una rottura della coalizione non ho altra alternativa che tornare al voto. Nessuno vuole perdere il lavoro o cedere il potere che ha acquisito».
Però questa non è un’arma segreta ma un’inoffensiva pistola ad acqua che non fa paura neppure ai bambini. Figuriamoci a gente navigata come i suoi alleati che hanno tanto di pelo sullo stomaco. Nel suo pressappochismo istituzionale forse il Professore ignora, ma i suoi alleati lo sanno perfettamente, che oggi come oggi il presidente del Consiglio ha poteri limitati. E, tra questi, non è contemplato il potere di scioglimento parlamentare. Tanto è vero che nell’ottobre del 1998, quando Prodi fu costretto a capitolare, non si andò alle elezioni anticipate ma fu bellamente sostituito a Palazzo Chigi da Massimo D’Alema. Che a sua volta succedette a se stesso per poi far posto a Giuliano Amato, al quale come sfidante di Berlusconi nel 2001 fu preferito Francesco Rutelli perché considerato più telegenico. È la riforma costituzionale sulla quale dovremo esprimerci nel referendum a giugno che conferisce al primo ministro il potere di scioglimento a ben determinate condizioni.
Ma allora non si capisce perché, dopo i reiterati no pronunciati in passato, Prodi continui a dire peste e corna della predetta riforma perfino in occasione del 25 aprile, mischiando cose che tra loro non hanno alcun legame. Brutta faccenda la schizofrenia di chi da un lato ostenta fiducia e dall’altro seguita a farsi del male.
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