Quell’«Ultima pallottola» per il brigadiere

È più difficile inventarsi un romanzo che scrivere un romanzo su un fatto di cronaca. E «L’ultima pallottola» è un romanzo tratto da una storia vera, che Sandro Sansò aveva già scritto come cronista, sempre preciso fino quasi alla paranoia, per la redazione del Secolo XIX del levante. Eppure fa eccezione. Perché il «cronista di nera» riesce a farsi un attimo da parte, ad abbandonare quegli schemi che ingabbiano il resoconto di una rapina, di un omicidio, di un’indagine da raccontare su un quotidiano. Sansò riesce a trasformare questi limiti nel punto di forza del suo reality-romanzo. Innanzitutto perché può «rompere» la gabbia delle righe, della lunghezza da rispettare a ogni costo. E poi perché può scrivere la storia come davvero l’ha vissuta e sentita raccontare, usando quelle stesse parole, quel gergo da caserma (in questo caso di carabinieri) che le pagine politically correct di un quotidiano rifiutano.
«L’ultima pallottola» è per la seconda volta una storia vera trasformata in romanzo. La prima volta questo titolo era rimbalzato nelle case degli italiani attraverso i teleschermi di Canale 5, che aveva raccontato l’ultima pallottola mai sparata da Donato Bilancia in una fiction solo in parte aderente alla storia vera dei 17 delitti del serial killer della Liguria. Sandro Sansò sceglie lo stesso titolo, ma per raccontare una rapina in gioielleria avvenuta in Val Fontanabuona e finita male, malissimo. Finita con un brigadiere della guardia di finanza che, libero dal servizio, quel giorno sostituiva per un attimo la moglie in negozio. E che viene freddato dai banditi proprio perché prova a tirare fuori la pistola e a reagire. Il resto è la storia verissima delle indagini, con un protagonista in comune con l’«altra» Ultima pallottola, quella della fiction. Anche stavolta a inseguire gli assassini c’è lo stesso maggiore dei carabinieri.
«L’ultima pallottola», Sandro Sansò, Artemis edizioni, 126 pagine, 12 euro, Genova 2006