Quell’ultimo appuntamento di Eric Dolphy

«Last date» è il cd inciso dal celebre sassofonista prima di morire. Un libro rievoca la sua breve vita

Eric Dolphy, sassofonista, claronista e flautista, oltre che pregevole compositore, nacque a Los Angeles il 20 giugno 1928 e morì a Berlino il 29 giugno 1964 a 36 anni appena compiuti, per un diabete che non sapeva di avere, e gli piacevano tanto i dolci. Fu breve la sua vita e brevissima la sua attività musicale che la critica, come si usa nel jazz, fa decorrere da quando Dolphy partecipò a dischi che lo rivelarono a livello internazionale, cioè dal 1958.
Sei anni soltanto, dunque. Ciò malgrado, Dolphy è per gli intenditori di jazz moderno e contemporaneo un musicista di culto, e per non pochi di loro il solista più straordinario apparso sulla scena della musica afro-americana di ogni tempo. Mettiamo pure nel conto il mito romantico dell’artista-meteora morto giovane. Ma rimane l’eccezionalità del personaggio, sebbene soltanto due autori americani - fino a ieri - gli abbiano dedicato un libro molto documentato e dotato di un’accurata discografia (Vladimir Simosko e Barry Tepperman, Eric Dolphy, Da Capo Press, New York) peraltro mai tradotto nella nostra lingua.
Adesso ci prova un noto studioso italiano, Claudio Sessa (Il marziano del jazz, vita e musica di Eric Dolphy, Luciano Vanni Editore, pagg. 126, euro 15). L’autore sceglie di indugiare sulle vicende biografiche di Dolphy quanto è necessario affinché ci si renda conto dei fatti artistici salienti. Apprendiamo così che il polistrumentista comincia a studiare il clarinetto a otto anni, con la forte applicazione che gli detta la sua indole; ne ha quindici (molti, a ben guardare) quando si cimenta col sax alto; nel frattempo acquista un perfetto controllo del clarone o clarinetto basso, il suo strumento più caratterizzante e fascinoso, sebbene egli non dia la prevalenza a nessuno dei tre. Quando Dolphy arriva a New York nel 1960 è ancora uno sconosciuto: a poco gli sono valse brevi frequentazioni di John Coltrane e di Ornette Coleman in California. Ma nella Grande Mela il suo genio precorritore decolla immediatamente. Lo vuole con sé il compositore e contrabbassista Charles Mingus che nell’estate dello stesso anno lo porta con il suo gruppo al Festival di Antibes. Il burbero Mingus si lascia prendere da una sorta di venerazione per Dolphy: è un giovane che vive di musica e per la musica, è un perfezionista che gli sembra quasi un santo anche per l’aspetto un po’ ieratico. Nel dicembre dello stesso anno Dolphy prende parte allo storico «doppio quartetto» di Ornette Coleman: ne nasce l’album Free Jazz che diventa la bandiera del jazz informale, al quale Dolphy partecipa in modo tutto proprio, con fraseggi e intervalli inconfondibili che avranno profonde influenze.
A questo punto Dolphy è uno dei solisti più richiesti, fonda complessi propri e incide molti lp, oggi riversati in cd. Subisce il fascino dell’Europa, dove ritorna per suo conto nel 1961 e poi nel 1964 ancora con Mingus. La tournée è stupenda ma piena di guai. Il sensitivo Mingus intuisce per Eric un pericolo mortale, vuole riportarlo con sé negli States ma il sassofonista rifiuta. Dolphy suona con musicisti europei fino a pochi giorni prima della morte. Una delle ultime incisioni con Misha Mengelberg pianoforte, Jacques Schols contrabbasso e Han Bennink batteria è oggi il cd Last Date.
Il disco riporta un’intensa frase di Dolphy che Sessa cita quasi a suggello: «Quando ascolti la musica, dopo che è finita è svanita nell’aria; non puoi ascoltarla di nuovo mai più». La frase è condivisa da celebri interpreti classici: tanto più lo è dagli autori-esecutori di jazz che la musica la improvvisano.