Quell’ultimo dispetto fatto al Professore

Diego Pistacchi

C’è una cosa difficile da capire. Gli hanno voluto fare un dispetto, l’ultimo, al quale non può ribellarsi, o non hanno avuto il coraggio delle loro idee? Il riferimento è a tutti quelli che in coro hanno tessuto elogi funebri del Professore. Su una cosa forse tutti concorderanno, lui non accettava di essere usato, semmai usava gli altri. Stavolta, da morto, è stato invece usato. Da tutti quelli che fino a ieri facevano a gara. Più lui si inventava neologismi, più loro si arrovellavano per trovare aggettivi negativi da appiccicargli, meglio se al superlativo assoluto. Arrogante, presuntuoso, sbruffone. Magari quando erano a tu per tu, usavano quel «pirotecnico» adatto a tutti gli usi.
Ora che Franco Scoglio è morto, è morto in quel modo tanto incredibile e spettacolare, viva Scoglio. È diventato il paladino di tutti. Anche perché la sua ultima sfida faceva comodo, molto. Di tante frasi dette sul Professore, anche nel corso di un funerale a tratti imbarazzante per essere un funerale, ce n’è sicuramente una incontestabile: amava il «suo» Genoa. Certo, non quello degli altri. Come il «suo» calcio. Le «sue» teorie. Viveva per vincere, per attaccare, e voleva farlo sempre, anche quando non ne aveva i mezzi. Ha cercato di farlo anche nella sera della tragedia in diretta. Se non fosse morto, se non avesse attaccato Preziosi, si sarebbe sentito investire dalla solita raffica di aggettivi. Perché aveva tanti, tantissimi estimatori e amici. Ma i nemici erano di più. Ed erano i primi che si sono fatti venire i lacrimoni e la voce rotta per arrivare a Carignano con la maschera a posto. Quelli che non gli perdonavano il «vezzo» di scegliere con chi parlare e con chi no. Quelli che aspettavano le sue predizioni per far rimarcare il giorno dopo se sbagliava a contare i corner. Quelli che gli rinfacciavano lo «scudetto in tre anni».
Scoglio era quello dei bonifici fantasma che, a forza di aspettarli, hanno accompagnato il Genoa a un passo dal fallimento. Ma improvvisamente è diventato solo quello dell’ultima promozione in A degli ultimi vent’anni. Scoglio era quello che tornava sulla panchina del Genoa a furor di popolo preciso preciso dopo ogni contestazione al presidente di turno. Ma si può solo dire che «belandi, quando chiedeva il contratto glielo facevo subito». Magari una volta sola, stracciandolo invece in due occasioni. Scoglio era quello che metteva fuori un giocatore perché, per mantenere un debito di riconoscenza, osava correre da solo, cioè senza di lui, sotto la Gradinata Nord in uno slancio che di calcistico aveva poco e tanto di umano. Oppure scartava un trequartista senza neppure vederlo perché portava l’orecchino ma avrebbe pagato due biglietti per vedere Maradona. Scoglio era quello di Perdomo e Ruben Paz, Badra e El Ouaer. Ma anche quello di Aguilera e di Batistuta (che segnalò a Spinelli quando ancora sgambettava in Argentina). Era così, prendere tutto, o lasciare tutto. Non voleva essere preso solo per le cose che facevano comodo. Scientemente, voleva essere antipatico, chiedeva di esserlo. Amava essere amato, addirittura idolatrato. Ma per non usare frasi fatte se le inventava. All’ipocrisia buonista preferiva l’odio. Forse, per fargli piacere, bastava ricordarlo tutto. Il Prof e tutto il bene che ha fatto per il «suo» Genoa.