«Quell’ultimo giorno lo lasciammo a piedi»

Ufficialmente Gilmour era il secondo chitarrista e il cantante aggiunto. Syd lo vedeva come un intruso, il resto della band come il sostituto di Syd. Tenemmo qualche concerto all’inizio del 1968 cercando di lavorare con una band di cinque elementi. Possiamo immaginare ciò che Syd ha provato durante quegli show; probabilmente era del tutto confuso e adirato perché la sua influenza si stava sempre più sgretolando. Più lui si allontanava più ci convincevamo di prendere la decisione giusta. L’esempio più chiaro dell’atteggiamento di Syd fu una prova dove lui passò un paio d’ore a insegnarci una canzone intitolata Have You Got It Yet. (...) Fu l’ultima ispirata dimostrazione di tutta la sua rabbia e la sua frustrazione. La situazione giunse a una crisi risolutiva in febbraio, un giorno in cui dovevamo andare a suonare a Southampton. In macchina, mentre andavamo a prenderlo, qualcuno disse: «Dobbiamo passare a prendere anche Syd?» e la risposta fu: «No, cazzo lasciamolo perdere». Raccontato sembra brutale, quasi crudele, ma è la verità. La decisione era priva di sensibilità, come noi del resto. Dato che procedevamo col paraocchi, pensavo che Syd fosse un piantagrane e mi esasperava a tal punto che riuscivo solo a vedere l’impatto a breve termine che aveva il suo comportamento sul nostro desiderio di diventare un gruppo di successo (...). È sorprendente pensare quanto fossimo spensieratamente sicuri nel prendere questa decisione. La cosa importante fu che il pubblico non chiese il rimborso del biglietto; era chiaro che l’assenza di Syd non costituiva un ostacolo. Smettemmo semplicemente di passarlo a prendere.
Dal libro di Nick Mason «Inside Out. La prima autobiografia dei Pink Floyd»