Quell’umanità perduta dei forzati di Janácek

Tre atti brevi, drammatici, dalla tinta cupa che colora anche i momenti lirici. Quelli che un po' a sorpresa non mancano di gettare un raggio di sole anche tra i dannati senza speranza della colonia penale siberiana sulla sponde dell'Irtyš. Gente che ha tolto la vita ed è condannata al lavoro forzato in un campo zarista assai simile ai gulag staliniani e ai lager nazisti. Nello stesso luogo, nella realtà identificato con la fortezza di Omsk, era stato internato per motivi politici anche Dostoevskij. Che dopo la detenzione non sarà mai più lo stesso e stenderà il grande romanzo Memorie da una casa di morti, la fonte letteraria dell'opera Da una casa di morti. Il musicista ceco Leoš Janácek resta infatti folgorato da quella lettura. Se la porta dentro per anni. Ogni tanto butta giù della note. Non sa lui stesso cosa sta scrivendo. Certo non una storia, dal momento che il libretto che lui stesso scrive estrapola i racconti dei singoli e costituisce un collage di situazioni. Il testo diventa una fiumana grigia di umanità perduta, dalla quale ogni tanto un individuo balza in primo piano per raccontarsi. Perché se è vero che non piace ricordare il racconto è liberatorio. Sta di fatto che la stesura della partitura, a eccezione del terzo atto il cui materiale non è organizzato in forma definitiva, viene interrotta nel 1928 dalla morte dell'autore. Il libretto, che fa parlare personaggi di terre diverse, è un mix di ceco, russo, dialetti slavi. Il regista Otakar Zitek lo riporterà al ceco in occasione della prima rappresentazione, Brno 1930. Zitek tuttavia snatura l'orchestrazione e persino la storia che chiude su un lieto fine. Mentre la musica di questo Janácek è scarna, estrema tanto nelle altezze che nello strumentale, negli intervalli, nell'armonia. E'una partitura materica e quasi tangibile, onomatopeica. I protagonisti sono tutti uomini (con rapido flash su una prostituta). Fatto che implica una vocalità particolare, un gioco sui timbri di tenori, bassi, baritoni, buffi. L'autore aveva conosciuto e amato il Wozzeck. Lo si ritrova. Ma qui non esitono temi che alludano a situazioni e persone. Sin dal Preludio è insistita la matrice russa. Un popolare che Janácek aveva lungamente studiato. Ufficialmente l'opera ha un’edizione critica, quella Mackerras-Tyrrell. Ma la versione ufficiale continua a non esistere. Tanto che persino Da una casa di morti che arriva alla Scala (da oggi al 16 marzo) è frutto di un lavoro di equipe. La partitura è stata riveduta del direttore finlandese Esa-Pekka Salonen e da Pierre Boulez in occasione delle recite al Met, mentre il libretto che si leggerà sul diplay è la traduzione italiana e la messa a punto del musicologo e slavista Franco Pulcini con il concorso del regista Patrice Chéreau. L'allestimento, con scene di Richard Peduzzi, apporto coreografico di Thierry Tieû Niang e presenza di quattordici attori, arriva da Vienna 2007 con passaggio da Aix en Provence e dal Metropolitan, diretto da Boulez e da Salonen. Dopo la Scala sarà in Olanda. Da noi, con le nostre masse (fondamentale il coro di Bruno Casoni) l'unico precedente risale al 1966, in italiano. La produzione fu promossa dal direttore artisitco delle Festwochen viennesi Lissner che mise assieme il direttore Pierre Boulez e il regista patrice Chéreau a trent'anni dal loro famoso Ring (Bayreuth). La regia utilizza il cemento che innalza muri grigi e in perenne movimento. Disegnano grandi ambienti, piccole stanze, corridoi, ospedali con agghiaccianti luci al neon. Mentre i prigionieri (costumi moderni) frugano nella spazzatura, affrontano grotteschi le due pantomime (teatro nel teatro) concesse per una Pasqua annuncuata da funebri rintocchi di campana, raccontano i loro delitti passionali o indotti dalla vodka. In ogni quadro dalla massa si distaccano i protagonisti: Šiškov (il magnifico Peter Mattei), Skuratov, Luka, Šapkin. Il giovane tartaro Aljeja. Controfigura di Dostoevskij è Alexandr Gojancikov. Dall'universo sconvolgente degli oppressi-assassini escono bestemmie e pietas, nostalgie e rancori. E anche l'illusione della libertà identificata nell'aquila che ne condivide la cattività. Ma le sue ali sono ferite e il volo impossibile.