Quell’uomo ombra a capo del Campidoglio

Ex calciatore e giornalista, Walter verini, capo di gabinetto di veltroni, per tentare la carriera politica nel ’96 ha sfidato le ire di Prodi

da Roma

È così curiosa la politica italiana, che mentre tutti a destra e a sinistra accendono la fornace delle proprie ambizioni mettendo sulla fiamma il sogno di una candidatura a sindaco, nessuno si è accorto che un sindaco - anche se un «sindaco-ombra» - c’è già ed è all’opera incessantemente da sei anni. Negli ultimi 12 mesi poi (da quando Walter Veltroni con grande cautela ha iniziato ad allargare lo spettro dei propri impegni), il vero alter ego del sindaco, per tutti quelli che sanno di Campidoglio, è diventato lui, il suo capo-gabinetto Walter Verini.
Ma Verini è molto più che un «collaboratore» - amico, braccio destro, gemello sinergico -, al punto che al suo leader è giunto ad assomigliare persino fisicamente. A fare le prove della sala gialla di Torino, mentre Veltroni era in Romania, per dire, c’era lui. Il geniale nomignolo acrostico che gli è rimasto appiccicato - «Veltrini» - lo trovò nel 1996 Francesco Merlo, sul Corriere della Sera. Allora «la coppia», con immutati rapporti, albergava a Palazzo Chigi, Veltroni vicepremier e Verini «vice-vicepremier». Verini fece parlare di sé per una disputa umbra. È infatti di Città di Castello, dove è nato mezzo secolo fa e in quel fatidico 1996 fece discutere la sinistra opponendo, in nome dell’Ulivismo più puro, la propria candidatura a quella di una burocrate diessina scelta dai partiti. La sfida fra «Ulivo e Ulivo» trovò spazio sulle prime pagine dei giornali e costrinse Prodi a convocarlo per chiudere la questione: «Tu lavori a Palazzo Chigi, questa sfida per noi è un danno di immagine, sei disposto a ritirarti?». E lui: «Piuttosto mi dimetto dal mio incarico qui». Non si dimise. Corse, in una regione rossissima, e perse «bene», con il 47%. Fu l’ultima volta in cui si scrisse di lui. Riservato fino alla paranoia, schivo, autore dell’ultimo libro intervista del suo mito politico Luciano Lama (Sinistra con vista), nelle occasioni pubbliche si mimetizza fra le terze file «perché il mio lavoro non è sulla scena». Al congresso di Firenze, però, è stato pizzicato dal cronista de L’Espresso piangere di autentica commozione durante l’intervento di Walter («l’altro»). Quando gli sfugge una guardinga confidenza rivela minimale: «Mah... la mia vera vocazione era il pallone». Da ragazzo giocava bene, è arrivato alle soglie della C, ha smesso per il lavoro. Da quando è murato vivo in Campidoglio da «sindaco-ombra» ha fatto pazze corse in macchina solo per andare a vedere il figlio che gioca come lui. Per anni ha pendolato fra Roma e Città di Castello. Poi l’incarnazione fra i due Walter si è fatta totale, e si è trasferito con moglie (bella) a Roma.
Di mestiere è giornalista, nella mitica redazione umbra di Paese Sera condivise spartane scrivanie con due futuri mezzibusti come Giuliano Giubilei e Lamberto Sposini. Veltroni lo ha incontrato a l’Unità. E per la sua cittadina natale ha organizzato nella capitale una cena di amici e giornalisti promuovendo la locale sagra del tartufo. Scherzando con l’allora direttore del Tg1 Clemente Mimun in quell’occasione disse «questa è diplomazia del tartufo». E un po’ era vero. Se Veltroni gira per l’Italia, Verini si sommerge nel suo studio. Se muore Vanessa (la ragazza uccisa in metro dalla romena Doina) e il sindaco non è in città, lui è il primo ad accorrere a casa. Se si intitola un largo al pilota Maurizio Poggiali, sul sito degli amici c’è un «ringraziamento speciale al dott. Verini». Veltroni in questi anni ha potuto portare intere legioni di studenti in Africa, ad Auschwitz o in visita alle foibe come un «capoclasse», perché qualcuno gli copriva le spalle, senza apparire mai. Claudio Velardi, ex «nemico» e concorrente nello staff di Massimo D’Alema, sul sito Uominiombra.it (!) lo ha messo in testa alla sua pagella: «Gli do 8. Stesse iniziali del capo, stessi occhiali, dieci centimetri meno. Come il capo nasconde i suoi sogni, che non sono a Palazzo Chigi o in Africa». Nessuno lo ha eletto, è vero, ma in fondo è lui che dovrebbe sfidare Fini. Anche perché tutti si chiedono: ora che il suo «uomo-immagine» (l’altro Walter) cambia lavoro, chi darà una mano al ghost-major «Veltrini»?