Quella bottega

Le botteghe sono gli occhi della città. La rendono viva e amabile. Si parla però di botteghe, non di quegli spazi gelidi, - acciaio, pareti bianche e commessi annoiati - che sono i nuovi, effimeri templi del lusso cittadino. La vera bottega è calda, accogliente, materna. Guida il cliente verso il buon acquisto e se per il buon acquisto occorre tempo, nessuno nella bottega gli farà fretta.
Le luci delle botteghe si accendono quando fa buio come le lucciole nelle sere di prima estate. Ma, come è già accaduto alle lucciole per cui lanciò l’allarme Pier Paolo Pasolini, anche le luci delle storiche botteghe milanesi si vanno spegnendo una dopo l’altra. La speranza è che, quando si saranno tutte spente, una almeno rimanga accesa all’angolo fra via Montenapoleone e via Pietro Verri: la bottega del coltellinaio Lorenzi.
Il paragone delle botteghe con le lucciole non è di chi scrive ma di Aldo Lorenzi, comproprietario del negozio insieme al fratello Franco, un bel signore alto e magro che nel volto asciutto rivela i tratti della sua gente trentina, scesa dalla Val Rendena a cercare fortuna nel mondo. Suo padre Giovanni era un moleta, un arrotino che nel 1919 arrivò a Milano con la sua mola e dieci anni dopo prese in affitto una botteguccia di due metri per sei al numero 9 di via Montenapoleone, il nucleo originario dell’attuale, raffinato negozio.
Nella Milano degli anni Trenta, via Montenapoleone era già una via elegante ma vi convivevano botteghe di lusso e più modesti artigiani, così come nelle antiche vie del centro la casa di ringhiera si affiancava al palazzo gentilizio. La speculazione non aveva ancora cacciato i meno abbienti, tanto è vero che la famiglia Lorenzi - Giovanni, la moglie Lina e i tre figli Franco, Aldo e Ugo - prese alloggio al numero 18 di via Bagutta nello stesso stabile dove cuoceva i suoi minestroni la trattoria toscana che sarebbe diventata il celebre ristorante «Bagutta». Giovanni piazzò la sua mola nello scantinato del negozio e lì affilava alacremente rasoi a mano libera, coltelli, forbici, ferri da pedicure e presto per contentare la clientela, cominciò a vendere egli stesso forbici, rasoi e coltelli di ottima fattura artigiana.
Questi umili e laboriosi inizi Aldo Lorenzi li ha raccontati in un delizioso libro scritto a quattro mani con Gaspare Barbiellini Amidei (Quella bottega di via Montenapoleone, Hoepli, pagg. 164, euro 15) che non è soltanto la storia della sua vita e della sua famiglia, ma molto di più. È la confessione di un collezionista colto e cosmopolita che ha viaggiato il mondo alla ricerca di oggetti utili e belli e degli ultimi artigiani che li creano. Dai coltellinai francesi dell’Alta Marna a quelli renani che ancora fabbricano l’acciaio damasco alla maniera antica, dagli stunitensi ai giapponesi chiamati «Tesori Nazionali Viventi» per i quali forgiare una spada è come celebrare un rito religioso.
C’è un’altra qualità che rende prezioso il racconto di Lorenzi. È quello che lui chiama «il senso dello scopo», cioè il valore non economico degli oggetti. Una bottega non è soltanto un luogo dove vendere e comprare, si tratta di «tramandare, insegnare, custodire, trasferire agli altri senso della bellezza e dell’utilità degli oggetti».
Conosco la bottega di Lorenzi fin da quando la frequentava mio padre che aveva una vera passione per gli oggetti particolari e vi acquistò incantevoli posatine pieghevoli da viaggio. Un giorno vi entrai perché a un loro curioso supporto per dentifricio si era rotto un pezzetto di legno. Chiesi timidamente se si poteva aggiustare o se ne dovevo comprare uno nuovo. «Nuovo? - mi fu risposto - per carità. I nostri oggetti si aggiustano sempre». Un buon oggetto, scrive ancora Aldo Lorenzi, deve essere «fedele a chi lo ha comprato. Deve essergli compagno anche nella longevità». Non è tutto consumismo a questo mondo.