MA QUELLA BOZZA NON CONVINCE

Veni, vidi, Ici: tranquilli, l’imposta sulla prima casa non torna. C’è gente in giro che si diverte a sollevare polveroni sul nulla. E così hanno cercato di far passare l’idea che nella nuova bozza sul federalismo ci fossero i presupposti per resuscitare quell’acronimo scassatasche appena cancellato dalla nostra vita. Non è così. E non solo perché sono arrivate le smentite in serie di tutti coloro che alla bozza hanno lavorato (dal ministro Calderoli che, come un Giovanno d'Arco volontario, si dice disposto a bruciarsi piuttosto che avviare una simile retromarcia, al premier Berlusconi che parla di «festival della menzogna»), ma anche per il semplice fatto che nella bozza mai si parla di ripristino dell’Ici. Semplicemente, non c’è.
Ora è vero che quel progetto è scritto in perfetto sanscrito burocratese e solo alcuni volontari seguaci della religione masochista possono riuscire a leggerlo fino in fondo senza l’aiuto delle bombole d’ossigeno; ed è vero anche che in mezzo a quei codicilli da legulei ci potrebbe essere nascosto anche il mostro di Loch Ness senza che nessuno se ne accorga, ma tutto questo non basta a spiegare la vaporosa bufera. Ancora una volta, in realtà, abbiamo l’impressione che ci sia qualcuno che prova gusto a scatenare polemiche sulla luna per non vedere quello che sta succedendo sulla terra. Nelle ultime ore, in effetti, si è molto discusso sul ritorno dell’Ici, che è un falso problema. E ci si è dimenticati il vero problema: che il federalismo fiscale non aumenti le tasse, infatti, ci pare il minimo. Piuttosto: servirà ad abbassarle?
Diciamolo in altro modo. Non torna l’Ici? Lo sapevamo. Arrivano le tasse di scopo? Benissimo. Autonomia impositiva? Perfetto. Ma il punto è: nel complesso, alla fine, noi pagheremo meno imposte? La pressione sul contribuente italiano scenderà, come ha ripetuto ieri il ministro Brunetta, dal 43 al 40 per cento? E come? Quando? Attraverso quali marchingegni? L’autore della bozza ci perdonerà: abbiamo letto e riletto più volte la sua tortuosa prosa, ci siamo persi nei meandri dell’articolo 8 comma 6 della legge 131, abbiamo scalato le vette ardite del tributo regionale di cui all’articolo 6 comma 1 lettera h, ma alla fine non l’abbiamo capito. Perfino alcuni esponenti dell’esecutivo e i loro tecnici, cui abbiamo chiesto lumi, ci hanno confidato che il testo che sta girando appare a loro molto oscuro.
Quel poco che ci appare chiaro, per altro, ci preoccupa. Il nostro Mario Cervi, lucido come sempre, l’ha spiegato subito, due giorni fa, appena gli abbiamo messo in mano la bozza chiedendogli di commentarla al volo. Le sue perplessità sono le nostre: se ben abbiamo compreso quel che dice la riforma, restano le province, restano le regioni a statuto speciale, compaiono sette aree metropolitane e spunta una «razionalizzazione dell’imposizione» maledettamente assomigliante a un lungo elenco di vecchie e nuove tasse. E allora, se questi sono i presupposti, come si farà a ridurre la pressione fiscale? In quale comma si nasconde la bacchetta magica che rende possibile l’incantesimo?
Qualcuno ce lo spieghi. E se non è in grado di spiegarlo, si rimetta al lavoro perché già una volta abbiamo vissuto l’illusione di una riforma federalista che si è trasformata in una duplicazione della burocrazia e in una moltiplicazione delle spese: fu nel 1970 quando vennero istituite le Regioni. Non accadrà così con la riforma Calderoli, ne siamo sicuri. Ma non basta: a quella riforma, infatti, sono legate le grandi aspettative degli elettori sul cambiamento della macchina statale e sulla riduzione della pressione fiscale. Lo stesso premier Berlusconi nell’intervista di Ferragosto al Giornale disse che il futuro taglio delle tasse è legato ai risparmi che arriveranno da questo provvedimento. Si tratta, si capisce, di una di quelle imprese difficili, come scalare l’Everest o fare il maquillage a Rosy Bindi. Ma non si può sbagliare. Non si può accelerare a tutti i costi solo per una questione di bandiera, o peggio di bandierina. Non ci si può fare prendere dalla fretta, che è sempre una cattiva consigliera. Perché, si sa, con la fretta basta sbagliare una lettera, e anche le migliori bozze finiscono per fare le bizze.