Quella caccia al tesoro di mattoni che ha lasciato soltanto macerie

Quando la Margherita pretese la sua fetta d'eredità, scoprì che non era rimasto più nulla e fece causa all'imprenditore Zandomeneghi

Una famiglia unita la si vede quando deve spartire un’eredità. Se litigano per soldi e case, vuol dire che i parenti stanno assieme soltanto con l’Attak. La Dc nemmeno con quello. Nel 1994, quando crollò per le scosse del terremoto di Tangentopoli, l’impero della Balena bianca si frantumò in partiti e partitini. Ciascuno con il diritto a ereditare la propria fetta di patrimonio e di debiti. Ma una parte di quei beni sono spariti. La proprietà è finita in Croazia. Un giallo. Un mistero. Un intrigo immobiliar-finanziario. L’ultima vergogna per il partito che per cinquant’anni ha deciso le sorti dell’Italia. Com’è successo che i beni dell’ex Dc, case e palazzi, negozi e terreni, circoli e sezioni, sono planati al di là dell’Adriatico?

Due tribunali sono al lavoro per chiarirlo, e anche una toga famosa, Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Il caso si perde nella notte della Prima Repubblica, quando dalle spoglie della Dc nacquero il Ppi di Martinazzoli, il Ccd di Casini e Mastella, il Cdu di Buttiglione. Ognuno aveva le sue sedi centrali e periferiche, i suoi dirigenti, le sue pretese. E la necessità di mantenersi. Un giudice decise che l’eredità dello Scudocrociato doveva essere gestita assieme dai tesorieri. Missione quasi impossibile: vecchi o nuovi, i democristiani non sono mai stati un esempio di coesione. E poi il dopo-Dc era un magma fluido in continuo movimento, fatto di partiti che si dividevano e si ricomponevano come pezzi di un puzzle. Il Ppi diventò Margherita, Ccd e Cdu si fusero, spuntarono nuove Dc.

Il patrimonio doveva essere ceduto per coprire la voragine di debiti scoperchiata da Tangentopoli. Così tra i vari acquirenti spuntò un imprenditore veronese dal nome celestiale, Angiolino Zandomeneghi. Una parte nemmeno troppo piccola del patrimonio, 120 immobili sparsi in tutta Italia, poco più del 20 per cento del totale, fu acquistato dalla sua Immobiliare Europa. La quale fece un signor affare: beni valutati sui 35 milioni di euro divennero suoi per 1.557.000 euro. Un regalo, più che una vendita. «Tutto scritto e soprattutto in regola - ha sempre garantito lui - il prezzo finale venne ritenuto congruo dagli eredi della Dc deputati a trattare e teneva conto di spese, debiti, oneri».

Non la pensò così Pierluigi Castagnetti, il segretario del Ppi che traghettò il partito verso la Margherita. Giudicò l’operazione una fregatura e denunciò Zandomeneghi per aver trattato con persone prive di poteri e insolvenza. Siamo nel 2002. Per chiudere il caso l’imprenditore staccò un secondo assegno da 1.136.000 euro che però non venne incassato, perché la Margherita non voleva i soldi ma gli immobili. Per bloccare Zandomeneghi, Castagnetti presentò un’istanza di fallimento contro la Immobiliare Europa.

Il fascicolo fu preso in mano con una certa celerità dal giudice Pier Luigi Baccarini, che affrontò la pratica a cavallo di ferragosto. L’immobiliarista veronese annusò puzza di contro-fregatura. «Mi vogliono scippare ciò che è mio», pensò. E passò al contrattacco: denunciò il giudice fallimentare per tentata estorsione e avviò una girandola di vendite fittizie per sottrarre gli immobili alle pretese degli ex Dc. «Era l’unico modo per salvare ciò che mi spettava di diritto», spiega. Ma la sua società è stata dichiarata fallita, mentre gli immobili sono intestati a società o prestanome croati. E siamo arrivati a oggi, con una intricatissima matassa giudiziaria in mano a due tribunali.

A Roma è in corso un processo a carico di Zandomeneghi e un’altra decina di persone (suoi presunti complici o prestanome) per bancarotta fraudolenta; a Perugia si svolge il secondo, per corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio, a carico del giudice Baccarini, nel frattempo arrestato con l’accusa di aver «pilotato» una serie di ricchi fallimenti tra cui proprio quello dell’Immobiliare Europa. Zandomeneghi, che si ritiene vittima di una macchinazione degna di Kafka, in un’aula è imputato e nell’altra parte lesa. Il sospetto è che il Ppi/Margherita abbia usato mezzi anche poco leciti per tornare in possesso del tesoro svenduto.

Dopo l’arresto di Baccarini, l’allora guardasigilli Roberto Castelli mandò ispettori nel tribunale fallimentare di Roma. Gli 007 di via Arenula hanno verbalizzato una serie di «fatti e comportamenti scorretti», evidenziando i lati oscuri della procedura che ha portato al fallimento della Immobiliare, compresi i rapporti di conoscenza tra il magistrato e l’allora tesoriere del Ppi, Nicodemo Oliverio, oggi parlamentare del Pd. Il giudice si difende attraverso il suo avvocato, Alberto Biffani: «Nessuna corruzione né abuso, quella società non era in grado di rilevare il patrimonio immobiliare della Dc. E i rapporti con l’onorevole Oliverio sono limitati agli anni dell’università». In aula, il capo degli ispettori Giovanni Schiavon, oggi presidente del tribunale di Treviso, parlò di pressioni che Castelli avrebbe subìto a seguito dei controlli. Pressioni esercitate, tra gli altri, da Castagnetti e Buttiglione.