Quella casta arroccata sulla Provincia

Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Una prova? La tenace, caparbia, ottusa volontà di sopravvivenza delle province, in barba alla evidente ostilità dell'opinione pubblica e grazie all’acuta sordità, appunto, di un ceto politico indifferente alla sempre più rumorosa campagna per la soppressione di un istituto inutilmente costoso. Non basta chiamarlo «casta», il ceto politico, e fare soldi con libri che dimostrano cose che tutti già sappiamo sullo sperpero di denaro pubblico con baracconi inutili, anzi utili solo a moltiplicare poltrone e prebende. Certe clamorose denunce, rivelandosi impotenti, rischiano solo di far crescere il livello di sfiducia per la politica. Ma fra i partiti c'è chi fa di peggio: c'è chi proclama con perentoria arroganza che «se la Lega ha detto che le province non si toccano, vuol dire che non si toccano». Con la scusa della difesa delle autonomie e degli interessi del territorio. Capito? No, gli elettori, in particolare quelli del Nord tanto cari alla Lega, mostrano di non aver capito. O forse di aver capito che le province non servono a difendere le autonomie e che tanta pertinace volontà di conservazione è dovuta solo ai posti che esse assicurano ai partiti. Scusate, ma l'abolizione delle province non era nel programma elettorale del centrodestra? E chissenefrega. Tanto che ora si parla perfino di 25 (venticinque) nuove province. Orrore! Il Pdl ha nulla da dire in proposito? Per quanto riguarda Milano, poi, c'è una seria aggravante. La sopravvivenza della provincia - alla quale però ogni 20 anni si sottrae un tocco, da Lodi a Monza (e magari domani Sesto, dopodomani Legnano...) - non fa che rinviare a babbo morto o rendere più difficile la nascita della città metropolitana, l'aggiustamento cioè di Milano alle sue reali dimensioni, rendendone più razionale ed efficace il governo. Una riforma la cui urgenza non vede, finge di non vedere solo chi grettamente pensa agli interessi elettorali del partito e non a quelli della comunità che rappresenta. A qualche poltrona in più per funzionari e portaborse e non alla possibilità di destinare quei soldi così malspesi a investimenti produttivi o a pagare i debiti.