Quella che guida Bersani è un'armata Brancaleone

Il centrosinistra esulta ma non ha una coalizione stabile, un programma
comune e tantomeno una leadership credibile. Da Napoli a Milano, in
vetrina non ci sono gli uomini del Partito democratico ma quelli di
Vendola, Grillo e Di Pietro

Il clamoroso e inaspettato risultato di Milano è per il Pd, giustamente, un buon motivo per brindare: cominciata nel modo peggiore - con il candidato ufficiale del partito sconfitto dal vendoliano Pisapia - la campagna di Milano potrebbe rivelarsi il vero punto di svolta della legislatura e, forse, di un’intera stagione politica. Bersani cavalca il risultato, né potrebbe fare altrimenti: ma il sole milanese (dove peraltro non manca qualche nuvola) non basta a rischiarare un paesaggio politico pieno di ombre e di insidie.
Se infatti Berlusconi è senza dubbio il primo sconfitto della tornata amministrativa (prima di tutto perché è stato lui a trasformarla in un voto politico sulla sua leadership), il secondo è proprio il segretario del Pd. Il motivo principale risiede nella redistribuzione del voto a sinistra cui abbiamo assistito in quasi tutte le maggiori città, e nell’affermarsi, in forme e con personalità anche assai diverse tra loro, di un nuovo-vecchio radicalismo antiberlusconiano che oggi fa stappare lo spumante a molti ma che, sul medio-lungo periodo, potrebbe rivelarsi assai pericoloso per le chances di vittoria del centrosinistra. A parte Fassino a Torino, infatti, i candidati democratici non sono certo stati i protagonisti di questo risultato.
A Milano, come si sa, Giuliano Pisapia non era il candidato del Pd. Per quanto moderato sia stato in campagna elettorale, o possa eventualmente essere a palazzo Marino, Pisapia è prima di tutto un tassello dell’Opa che Nichi Vendola più di un anno fa ha lanciato sul Partito democratico. E che proprio un esponente della sinistra radicale e antagonista sia il primo in quasi vent’anni a prendere più voti del candidato del centrodestra la dice lunga sullo stato di salute del riformismo ambrosiano e sulla capacità di leadership del Pd al Nord.

Assai più clamoroso, e preoccupante, il caso di Napoli, dove un quasi ventennio di bassolinismo reale si conclude mestamente con il candidato del Pd, il prefetto Morcone, escluso dal ballottaggio in favore di De Magistris. Come si ricorderà, a Napoli le primarie erano state annullate per presunti brogli, e Morcone è saltato fuori soltanto all’ultimo momento, tanto da non fare neppure in tempo a prendersi la residenza sotto il Vesuvio. Ma l’esclusione dal ballottaggio ha davvero pochi precedenti, e non basterà invocare la specificità di Napoli, l’emergenza rifiuti e chissà che altro.
È vero che i risultati di lista sono incoraggianti per Bersani, e che i democratici hanno quasi ovunque fatto bene (persino a Napoli, dove il Pd ha preso più voti del suo candidato sindaco), ma è altrettanto vero che la qualità del risultato pone in primo piano, come protagonisti di queste elezioni, Pisapia e De Magistris (e, dietro di loro, Vendola e Di Pietro). Sono loro i volti della vittoria (o della non-sconfitta) della sinistra, ed è con loro che bisognerà fare i conti. Non solo: i risultati dei candidati del Movimento 5 stelle (che a Bologna ha conquistato addirittura il 10%, mettendo a rischio l’elezione al primo turno del candidato del Pd) fanno oggettivamente di Beppe Grillo - forte ormai quasi quanto il fantomatico Terzo Polo - un nuovo, ingombrante protagonista dell’affollata armata antiberlusconiana.

È con questa situazione che Bersani, smaltita la sbornia milanese, dovrà fare i conti. La «verifica» chiesta da Veltroni in un’intervista al Foglio è soltanto rimandata, ma non cancellata. I problemi di fondo della struttura e della distribuzione interna della coalizione, del programma e della leadership restano aperti, e anzi aggravati.
Nei prossimi giorni è prevedibile che il segretario del Pd rivolga un nuovo appello a Casini, per costruire sui ballottaggi un embrione di quella Santa Alleanza che sembra, al momento, l’unica vera strategia a medio termine dei democratici. Casini con ogni probabilità risponderà di nuovo di no, continuando a tenersi le mani libere, e Bersani si ritroverà in una situazione paradossale: prigioniero di un’alleanza dove a comandare sempre di più saranno i Vendola e i Di Pietro (e, almeno indirettamente, i Grillo).

C’è infine un pericolo da cui il Partito democratico deve guardarsi con estrema attenzione: la tentazione di dare oramai per conclusa la spinta propulsiva berlusconiana, e prossima una sua sconfitta politica. Il quadro che esce dal voto di domenica e lunedì, infatti, è prima di tutto un quadro frammentato, incerto e per molti aspetti sfuggente, che fotografa impietosamente due crisi speculari e apparentemente prive di soluzioni: quella del centrodestra così come l’abbiamo conosciuto finora, e quella del progetto riformista del Partito democratico, schiacciato sul radicalismo antiberlusconiano. Nella confusa battaglia fra «vecchio» e «nuovo» Bersani, come Berlusconi, rischia di finire nella colonna dei «vecchi».