Quella clinica all’avanguardia senza pazienti da diciott’anni

Il nuovo reparto di Oculistica del San Martino terminato nel 1988 e mai inaugurato

(...) «fratello» di quelli che gli stanno accanto, con un’appendice - chiamiamola così - di acciaio e vetro affumicato che si incastra perfettamente al di sopra del frontone. A un primo sguardo pare dipinto di fresco, giallo e verdolino, quasi bello. Poi, però, si vede che c’è qualcosa che non quadra: il lucchetto che chiude la porta d’ingresso è arrugginito, e pure tanto arrugginita è la catena che passa attraverso i maniglioni. Per fortuna che al pianterreno, due metri a lato dell’entrata, c’è una porta-finestra socchiusa. Una sbirciata all’interno. E si apre tutto un altro mondo: sala d’ingresso, bella, grande, a sinistra la rampa di scale, a destra gli ascensori. Che non funzionano. In compenso funzionano le utenze. Perfettamente. Clic: e la luce fu. I rubinetti, lo sciacquone dei servizi igienici: l’acqua scorre dappertutto, ed è pure limpida. Allora si entra nel «grande vano»: 25 metri per 10. Un cartello alla parete del tipo: «Voi siete qui’» (sì, non è un refuso, c’è l’apostrofo bello grosso sulla “i“, però c’è anche la traduzione in inglese, «You are here», senza apostrofo) informa che siamo nella «Sala d’attesa». Ai lati, dodici «Ambulatori», sei a destra e altrettanti a sinistra. Di fronte, due «Depositi», e qualche «Studio medico». Trionfo del virtuale.
Il dottor Sergio Castellaneta, già presidente dell’Ordine dei medici, leader di Liguria nuova e capogruppo in consiglio comunale, fa da Cicerone: «Qui doveva esserci la nuova Oculistica, fiore all’occhiello della sanità genovese. Avevano fatto le cose in grande, previsto sale operatorie modello, day hospital, assistenza di prim’ordine. Ci volevano locali adatti. E all’epoca, siamo negli anni Ottanta - precisa Castellaneta - si è pensato di ristrutturare questa palazzina e farne un reparto modello. A cominciare dalle strutture. Dovevano esserci quattro sale operatorie». Il risultato si vede: sei piani dove è stato previsto tutto, eccetto l’utilizzo effettivo. Ma intanto si sono precorsi i tempi e le esigenze di una popolazione che andava sempre più invecchiando e, quindi, avrebbe avuto maggiori necessità di rivolgersi all’oculista. Sei piani, terminati, dotati di quello che ci vuole, compresi gli optional. E giù soldi. Sei piani, che oggi sono abbandonati, in un palazzo fantasma. Peccato che abbia vinto la burocrazia, che abbiano vinto i conflitti di competenza: «Non è colpa di uno solo, il San Martino non c’entra - precisa il leader di Liguria nuova -. Non c’entra l’attuale direttore generale o il rettore, né c’entrano il sindaco o il presidente della Regione. Bisognerebbe chiedere, piuttosto, ai ministeri romani». Castellaneta ricorda con nostalgia: «Ho dato l’esame di clinica oculistica proprio qua, nel 1956, c’era il professor Maggiore». Ma prevale la censura feroce. E Castellaneta un giudizio impietoso non lo manda a dire. Anche in senso federalista: «Questo - sbotta - è l’esempio dello Stato unitario, accentratore. Non si muove foglia che lo Stato non voglia. E allora, teniamoci questo spreco!».
Il sopralluogo continua: le prime rampe di scale portano ad altre sale, a corridoi stretti e lunghi. Fa un po’ freddo, oppure sarà quello scricchiolio, ma pare di essere capitati in un film giallo. Meglio tornare da Castellaneta. Che spiega: «Hanno spostato Oculistica al padiglione 9 del San Martino. Provvisoriamente. Ma quelli sono ancora là, dopo quasi un ventennio. E intanto, i pazienti, al mattino, stanno come sardine in attesa della visita. Li lasciamo lì, ammucchiati provvisoriamente, per i prossimi cent’anni?». L’ex presidente dell’Ordine dei medici punta il dito: «L’edificio sembra in discrete condizioni, ma non dobbiamo illuderci. Sono già cominciate le infiltrazioni nei muri, nei soffitti. Se si dovesse riprendere in mano la faccenda, e pensare di consegnare i locali ai medici, bisognerebbe rifare tutto da capo, non basta ripulire». In realtà, a un esame un po’ più approfondito, le magagne spuntano, eccome: fili elettrici che pendono dal muro, travasi d’acqua nelle sale, macchie dappertutto, l’idea è quella di strutture ormai fatiscenti. Dopo diciott’anni di abbandono. Peggio l’interno che l’esterno, comunque. Anche se è difficile rassegnarsi a lasciare andare tutto in malora. Qualcuno ha lasciato scritto su un pannello: «Non togliete la carta». Ma qui, negli ultimi diciott’anni, nessuno ha tolto niente. Solo tanti soldi dalle tasche dei cittadini, e tante speranze dal cuore dei malati.