Quella console fra me e mio figlio

Maledetta PlayStation. Quante volte l'ho pensato guardando Riccardo, 14 anni, accanirsi sui tasti del joypad anziché leggere un buon libro. Maledetta PlayStation, sì, ogni volta che mi costringe ad alzare la voce con mio figlio perché finalmente spenga il video e si metta a studiare. Ma benedetta PlayStation, anche, da quando mi sono lasciato convincere a provarla, vincendo una diffidenza «atavica» e scoprendo non solo un brivido di divertimento (almeno con qualcuno dei mille giochi possibili), ma soprattutto uno spazio comune, un campo neutro nel quale incontrare sotto una luce diversa l'ombroso adolescente che da un paio d'anni ha preso il posto dell'allegro bambino con il quale andavo a sciare o a giocare a pallone.
Croce e delizia, una frase fatta. Ma forse l'evocazione della croce è eccessiva. Penso a quante ore della mia giovane vita si sono consumate tra flipper e biliardo senza lasciare danni irreparabili, almeno mi pare. Adesso c'è la play, è davvero tanto diverso? E poi, Riccardo qualche buon libro lo legge lo stesso, no? Quanto allo studio, sappiamo tutti benissimo che non è necessaria una sofisticata macchinetta per trovare distrazioni: se si vuole, basta un'ombra sul muro.
E allora, dai: prepara le squadre. A me la più forte perché ho la mia età e i riflessi non sono più quelli di una volta. E poi tu giochi da più tempo. Pronti, via. Ma come ti è venuto qual movimento? Accidenti, salta sempre fuori un tasto di cui ignoravo la funzione.
Mia moglie e mia figlia Barbara (10 anni, discreta giocatrice sulle orme del fratello) mi prendono in giro perché mi contorco sul divano, accompagnando con tutto il corpo, muscoli facciali compresi, l'azione degli omini sullo schermo che in realtà, come dimostra il mio imperturbabile figliolo, necessitano solo del movimento di due dita. Ridete pure. Intanto, questa volta ho pareggiato: come pegno, subito a studiare. E sabato ti insegno a giocare a biliardo, così almeno sono sicuro di vincere...