Quella continuità di Benedetto XVI con Papa Wojtyla

Gianni Baget Bozzo

Papa Benedetto XVI è la perfetta continuità con Giovanni Paolo II: e ne è anche la perfetta differenza. Ne continua la dottrina, ne muta lo stile.
Papa Wojtyla sentiva la necessità di impegnare la Chiesa nella storia. Era recente la spinta del Vaticano II, che chiedeva un rapporto tra fede e storia, fede e politica. Così Papa Wojtyla, un uomo dell'excessus, dell'eccedenza della Chiesa su se stessa, divenendo la voce della libertà e della pace in tutti i linguaggi del mondo, fece assumere al papato quel ruolo nella storia che i teologi progressisti volevano assicurare a se stessi e rese possibile una ripresa dell'autorevolezza della Sede romana e della Tradizione nella Chiesa cattolica. Questa sovraesposizione lo condusse a molti gesti singolari, dalle visite alle moschee, alle richieste di perdono, al pellegrinaggio al muro del pianto ebraico. Benedetto XVI ha chiaramente scelto di concentrare la Chiesa su se stessa, sulla sua vita spirituale e interiore. Con lui la Chiesa rinuncia alla sovraesposizione e la Santa Sede si mette al limite della politica, non vi entra.
Se Giovanni Paolo II, avesse visitato la Spagna dopo lo tsunami di Zapatero, quando lo Stato giunge a insegnare a scuola la parità tra famiglia e unione omosessuale, egli avrebbe parlato. Benedetto XVI ha taciuto, ha lasciato questo compito all'episcopato e ha mantenuto il conflitto e la sua gestione nell'ambito concordatario.
La nomina di Bertone a segretario di Stato, di un sacerdote salesiano che non è mai stato diplomatico, indica la concentrazione del Papa sulla riforma spirituale della Chiesa. Lascia per questo solo Israele, non lo sostiene quando è in corso un attacco che cerca di distruggerlo? È quello che sostiene su Il Corriere della Sera Alberto Melloni, una figura emergente del progressismo ecclesiastico, portavoce del centro di Bologna, diretto da Giuseppe Alberigo, fondato da don Giuseppe Dossetti. Quando gli schermi televisivi trasmettono lo spettacolo delle katiushe su Kaifa, si affianca ad esse l'immagine del Papa che suona Mozart. È mutata la posizione della Chiesa verso Israele? Bastano gli scarni comunicati vaticani di condanna sul medesimo piano delle katiushe libanesi e della operazione israeliana «pioggia d'estate»?
Melloni coglie bene il fatto che questo corrisponde allo stile del Papa, ma trova che la sua marginalità rispetto alla storia, questo coinvolgimento indiretto e smorzato sulle questioni del mondo, sia un mutamento di posizione. E che il Papa esprima la solidarietà a Israele in modo minore, lo lascia solo.
La funzione della Chiesa nel mondo, nel ritorno a uno stile più antico, diremmo quasi preconciliare. La Santa Sede prende posizione nei conflitti, ma non diventa parte di essi. La stagione conciliare, che sottolineò il ruolo della Chiesa nella storia fino a quasi risolverlo in essa, è ora finito. E il centro bolognese, il cantore del Concilio, di cui ha costruito in un'opera mirabile e parzialissima la storia, sente che Papa Ratzinger sfugge alle categorie conciliari. Riconcentra la Chiesa su se stessa. E sostiene Israele, in questa linea che punta a mostrare la differenza e l'imparzialità della sede romana. Melloni ha visto «un Papa solo e un popolo solo»: il Papa solo è Benedetto XVI, che solo non sembra e il cui stile raggiunge un alto consenso nella Chiesa. Né Israele è solo, tanto è vero che può compiere un atto così radicale come la distruzione del Libano con un ampio consenso internazionale.
Il Papa sa bene che Israele è minacciato nella sua esistenza, ma sa anche che il Libano è distrutto nella sua realtà. E il Libano è l'unico paese arabo in cui i cristiani siano veramente liberi. Il Papa è vicino a Israele come può esserlo Benedetto XVI, che riporta la Chiesa nello spazio ecclesiale e vuole mostrare che non è l'impegno politico l'essenza della testimonianza ecclesiale al mondo. Benedetto XVI riporta la Chiesa in se stessa dopo la grande esperienza del Concilio e del postconcilio.
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