Quella destra un po’ West Side

La metafora della destra italiana è un quartiere di Manhattan. Per i vecchi newyorchesi è il distretto, ma qualcuno lo chiama anche West Side. Sembra un bel nome. È sulle rive dell’Hudson, una vecchia piaga tra Chelsea e il Village, quello sdoganato 40 anni fa dalla cultura beat. Solo che qui le anime liberal fino a qualche tempo fa non mettevano piede. Era zona di macelli, marciapiedi, proletari gonfi di birra, travestiti e puttane. «Vent’anni fa – ricorda Jay McInerney – vivevo a pochi isolati di distanza dal district: vedevo omoni con l’accento della periferia che si aggiravano con carcasse di bovini, mentre al calare del sole c’erano lavoratori di un altro tipo che passeggiavano sui marciapiedi. Ci misi un anno per capire perché quelle amazzoni con i tacchi a spillo erano così alte e parlavano con voce baritonale». Ora dicono che il distretto, il Village occidentale, sta cambiando pelle. Sta imparando, a modo suo, a fare cultura. Ci sono ancora i macellai e le puttane. E la speranza è che ci restino ancora. Fanno parte della storia del West Side, e non avrebbe senso nasconderli nei loft delle nuove utopie. Ecco. La cultura della destra assomiglia un po’ a questo quartiere. Un tempo era un ghetto, ora è un’opportunità.
La destra esiste perché sta vincendo la guerra delle parole. Ed è questo il senso di ciò che sta facendo il Domenicale. Ogni sabato, per dieci settimane, presenta «L’atlante dell’uomo libero», raccontando attraverso parole e citazioni dei classici della filosofia e del pensiero politico le dieci parole che reggono il mondo. Le parole pesano e fanno sentire viva una cultura. La destra, in questi anni, ha conquistato, qualche volta strappandole alla sinistra, alcune parole chiave. La più antica è libertà, ma non è l’unica. La destra è diventata paladina dell’umano contro il post-umano, la vita contro la morte. La destra è identità. È Occidente. È individuo, ma anche famiglia. È mercato e poco Stato. È creatività, talento, opportunità contro il mito dell’eguaglianza. La destra non ripudia la modernità, ma sa che non può essere un’isola senza passato. Anche la sinistra ha le sue roccaforti, tra queste la più colorata è la parola pace, che spesso però degenera nell’odio di una pax antiamericana.
Il Domenicale da qualche anno racconta la metamorfosi di questa destra che sta cercando di ridefinire vocabolario ed idee. È un’onda culturale che la stessa leadership politica e intellettuale della destra non ha visto e neppure immaginato. Forse pensano tuttora di poterne fare a meno, convinti di poter giocare la loro partita con i notabili di provincia, con le masse televisive, con il popolo degli ex, quell’esercito di vecchi democristiani, orfani socialisti, rimasugli di partito liberale, post fascisti, post missini, tardo leghisti. Hanno pensato di poter cooptare nel vecchio qualcosa di nuovo, ma sempre con le stesse cravatte, con un curriculum da consulenti d’azienda, con la speranza di stare vicini al potere e di assomigliargli.
Il villaggio occidentale o la Right Nation italiana, chiamateli come volete, sono un’altra cosa. Sono figli di quella tradizione che per decenni ha combattuto a gruppi sparsi e minoritari, che non aveva utopie, e si trovava fuori sincrono con i demoni del Novecento. È una tradizione che pesca nei crocicchi, sulle linee di confine, nei buchi lasciati tra le reti dei regimi, allargati di notte, come facevano i fuggiaschi dell’ex Ddr quando cercavano un varco di libertà oltre il Muro. È la tradizione che ha gettato i suoi semi nell’America di Thomas Jefferson, nell’ansia libertaria di Tocqueville, nella rivolta individualista e anarchica di Stirner contro l’idealismo romantico. È il mercato etico di Adam Smith, quel signore scozzese che prima di gettare le basi della scienza economica era, non dimenticatelo, un professore di filosofia morale. È il fascino con cui Werner Sombart raccontava la forza creatrice del capitalismo, l’ansia di libertà del mercante, che cerca nel profitto, più che l’egoismo personale, l’affrancamento delle servitù feudali. È la tradizione di chi non crede che la storia abbia una trama e un finale già scritto, quindi non insegue il sole dell’avvenire e soprattutto non ha la verità in tasca, perché solo i cattivi profeti spacciano per scienza l’oroscopo delle stelle. E se in nome di quell’oroscopo fanno le rivoluzioni non sono più astrologi ma assassini. È la tradizione di chi ha detto no al totalitarismo, sia esso giustificato in nome della razza, della classe, della nazione, della fede. E se volete anche del mercato (o del dio denaro, come dicono a Est). Il West Village è cresciuto con le lezioni inutili di Einaudi, con la società aperta e la scuola viennese, con gli economisti di Chicago e con il liberalismo cattolico, con il federalismo anti-statalista (e non anti-unitario) del risorgimento italiano, con la solitudine di un Bruno Leoni, con tutti quelli che nel secondo dopoguerra non volevano morire né comunisti né democristiani (ed avevano già combattuto il fascismo). È la tradizione di chi ha visto uomini evocare tutti gli ideali del Novecento per poi bruciarli nelle piazze, lasciando ai posteri ceneri e macerie. E non si è mai sognato di propagandare le proprie idee con Molotov e P38. È la tradizione di chi da bambino ha visto il mondo diviso in due sfere d’influenza e quando per la prima volta ha guardato ad Oriente del Muro ha visto uomini in divisa prendere a calci in bocca un ragazzo solo perché cambiava i soldi in nero (Budapest, febbraio 1986). E la tradizione di chi non riesce a capire, ma deve essere colpa sua, come si può eliminare lo Stato dando tutto la proprietà, quindi il potere, allo Stato. È la tradizione di chi, bene o male, ha riconosciuto anche a chi non la pensava come lui la dignità di parola, senza demonizzarlo, senza cacciarlo dalle assemblee, senza ignorarlo, senza chiuderlo nel ghetto.
C’è chi fatica, a Est come a Ovest, a dare dignità alla cultura di destra, a riconoscere le sue parole. Ma sono statue di lava in quella Pompei del Novecento a cui assomiglia sempre di più buona parte della sinistra italiana. Negli ultimi dieci anni la loro cultura ha prodotto un solo fenomeno nuovo: l’antiberlusconismo viscerale. L’altro, l’antiamericanismo, è roba vecchia. Complimenti. Avete messo Berlusconi al centro della storia politica di questo paese, facendolo diventare un elemento cruciale: o di qua o di là. Nel nome dell’antiberlusconismo avete abdicato a tutto: oggi non c’è nessuno più reazionario di voi. Per difendere i sindacati avete sacrificato i precari (e un’intera generazione). Per difendere i giudici avete buttato a mare il garantismo. Per ottenere il potere avete sbeffeggiato il voto popolare (in Italia c’è una maggioranza di idioti). Per paura della televisione avete accettato la censura. L’antiamericanismo ha fatto il resto, ma come detto questo è un vecchio vizio. Avete simpatizzato con il terrore, potete anche simpatizzare con l’integralismo teocratico di Bin Laden o con la dittatura etnica di Saddam Hussein. Ma la religione non era l’oppio dei popoli? Mah. Qualcuno vi ha detto che l’Islam radicale guarda il mondo con gli stessi occhi di Torquemada? E che l’America di Bush, per quanto vi possa fare schifo, è più tollerabile di quella dei probiviri di Salem?
Il West Side viene da qui, da queste ragioni, da questa tradizione. Nasce, come accadde alle città del Medioevo, come una fuga dal feudalesimo, in modo spontaneo, come una aggregazione di spiriti liberi. È la forza dello stato (con la s minuscola) nascente. L’alba di un fenomeno nuovo. Nessuno di noi può dire come andrà a finire. Alcune città muoiono in fretta, altre crescono. L’unica cosa certa è che il destino delle città dipende dalle scelte di chi ci vive. Non sai se questo luogo, questo quartiere che guarda ad Occidente, può diventare un laboratorio di idee e se sarà mai in grado di influenzare qualcuno. Quello che sai è che questo tempo esige nuove mappe, e cartografi in grado di disegnarle. Serve un «Tuttocittà» per orientarci nelle strade del post-Novecento. Quello che sai è che questo spazio, il villaggio occidentale, la Right Nation, o come diavolo volete chiamarla, è una buona occasione. E le buone occasioni, come le buone idee, sono veramente rare.
Vittorio Macioce