Quella donna dal pensiero così virile

Piace, piace moltissimo la figura di Hannah Arendt. È l’ebrea che faceva innamorare i nazisti. L’esule in fuga da uno Stato di regime dove tornò per studiare Le origini del totalitarismo. La testimone oculare del Male che, finalmente messo sotto processo, riuscì a guardare libera da smanie di vendetta o risentimenti di vittima in tutta la sua più squallida «Banalità». La donna che si muoveva disinvolta sul campo virile del pensiero e dell’azione ma, sigaro in bocca, capelli spettinati, cardigan di lana, litri di caffè, si votò alla Vita activa «Per amore del mondo». La protagonista engagée in prima fila sul fronte pubblico della politica libertaria, la difesa della democrazia, la tutela dell’identità ebraica e della tolleranza senza perdere di vista per un attimo il modello dell’eroina romantica Rahel Varnhagen, eletta come campionessa di passione, coraggio, fervida attenzione all’interiorità già dagli anni friburghesi del dottorato. È, insomma, la filosofa che si vorrebbe chiamare per nome. E non è un caso che si moltiplichino le sue biografie (una su tutte, forse la più completa, quella di Elisabeth Young-Bruehl recentemente ristampata da Bollati Boringhieri), i carteggi, le raccolte di lettere. Quelle scambiate con un maestro amato e da rinnegare: «il pirata», così lo chiamava scrivendogli, Martin Heidegger, per il quale lei fu «la ninfa dei boschi». O quelle spedite dal magnetico, elegantissimo Hermann Broch che da «signorina Arendt» prendeva via via a chiamarla Hannah. Furono scambi esclusivi, rapporti personali, confronti singolari quelli con il professore, con il grande scrittore e con molti altri: Karl Jaspers, Mary McCarthy, Günther Anders, Elias Canetti, Heinrich Blücher... Doveva uscirne una trama che nessun autore avrebbe potuto decidere, ma che affiora chiaramente dalla lettura dei suoi diari, pubblicati finalmente nella loro integralità da Neri Pozza (Quaderni e diari 1950-1973, a cura di Chantal Marzia, pagg. 672, euro 55), dai quali anticipiamo in questa pagina un brano del giugno 1950. Sono annotazioni, appunti, abbozzi di idee, quaderni di lavoro che testimoniano come davvero, nel caso di Hannah Arendt, il pubblico impegno e il privato coinvolgimento non siano due momenti estranei l’uno all’altro. E chissà che la solitudine dei diari non sia lo spazio inviolato misterioso che la stessa Arendt in queste pagine definiva «il luogo del pensiero». «Non è nello spazio pubblico - scriveva -, in cui abbiamo a che fare con il mondo e con ciò che abbiamo in comune, né in quello privato, in cui abbiamo a che fare con ciò che ci appartiene e con ciò che vogliamo nascondere al mondo, e non è nemmeno nell’ambito sociale. Allora: dove? Nel deserto?».