Quella doppia bomba in Piazza Fontana

Settecento pagine per proporre una nuova lettura del più controverso tra i misteri d’Italia: la strage di Piazza Fontana. L’inchiesta «Il segreto di Piazza Fontana» (Ponte alle Grazie), scritta dal giornalista Paolo Cucchiarelli e da oggi nelle librerie, sostiene, infatti, una tesi radicalmente diversa rispetto a quella degli atti processuali. Alla Bna, quel 12 dicembre 1969, non c’era una sola bomba, ma due. Una piazzata dagli anarchici a scopo dimostrativo, presumibilmente da Pietro Valpreda, con un timer tarato per esplodere dopo la chiusura della banca per non fare vittime. Una seconda, molto più potente e realizzata con esplosivo di diversa origine sarebbe stata nascosta dai neofascisti di Ordine nuovo, che sapevano dell’azione degli anarchici e decisero di renderla mortale. Fu questa seconda bomba che, esplodendo anticipatamente determinò la strage. Due borse, due bombe, dunque. E una regia che per anni ha occultato la realtà per coprire i veri responsabili della strage. Cucchiarelli sostiene anche che i neofascisti di Ordine nuovo (ma non solo loro), infiltratisi tra gli anarchici e nei gruppi marxisti-leninisti a Roma e Milano già dal ’68, idearono la strage-trappola per cercare di provocare una «stretta» del sistema democratico. La tesi di Cucchiarelli però non convince i magistrati che si occuparono dell’inchiesta e nemmeno gli avvocati di alcuni degli accusati della strage. L’avvocato generale dello Stato di Milano, Laura Bertolè Viale che, in qualità di sostituto procuratore generale sostenne l’accusa nel processo di secondo grado ha ribadito che «dagli atti dell’inchiesta emerge la presenza di una sola bomba» nella Banca nazionale dell’agricoltura. Sulle stesse posizioni Guido Calvi che fu avvocato dell’anarchico Pietro Valpreda, Gaetano Pecorella, ex difensore del militante di Ordine nuovo Delfo Zorzi e Gerardo D’Ambrosio che fu giudice istruttore sulla strage di Piazza Fontana.