Quella doppia verità sulla liberazione delle due Simone

Scelli rivela: «Curati 4 terroristi per salvare gli ostaggi. Menzogne agli Usa. E il governo era d’accordo». Ma l’ultima versione non coincide con quella data alla Procura. Che ora lo vuole risentire

Gian Marco Chiocci

da Roma

Quattro terroristi cui salvare la vita più i loro quattro figli malati di leucemia da trasferire in Italia per le cure del caso: ecco il prezzo della liberazione delle volontarie Simona Pari e Simona Torretta, secondo l’ultima versione riveduta e corretta di Maurizio Scelli, commissario straordinario della Croce rossa che nella vicenda ha sempre rivendicato un ruolo di unico, indiscusso, protagonista. Il loquace Scelli torna a parlare, e a far parlare di sé, dopo un lungo periodo di bassissima esposizione mediatica.
Probabilmente con i magistrati della Procura di Roma che l’avevano interrogato all’indomani del rientro in patria delle due ragazze di «Un ponte per», Scelli non era stato così prodigo di particolari. Nella sua veste di persona informata sui fatti, quindi obbligata a dire la verità, non aveva fatto cenno al patto favorevole ai terroristi col placet di Palazzo Chigi («il consiglio degli Ulema ci chiedeva di tacere con i nostri alleati, il sottosegretario Gianni Letta era d’accordo fin dall’aprile del 2004») né alle bugie dette di proposito agli americani («tacere per i nostri tentativi di liberare gli ostaggi fu una condizione irrinunciabile per garantirne l’incolumità»). Non un parola.
Adesso la Procura di Roma è intenzionata a convocarlo d’urgenza per chiederli un sacco di cose, a cominciare dal perché ha deciso di confessarsi a un giornale piuttosto che in più occasioni a tre pubblici ministeri. I verbali di Scelli, infatti, raccontano ben altro rispetto a quanto spifferato a La Stampa a margine di un convegno su terrorismo e intelligence a Cortina a cui era prevista la presenza anche del generale Nicolò Pollari, direttore del Sismi, che per sopraggiunti impegni (si dice così) ha declinato l’invito forse subodorando quanto da giorni si andava sussurrando a proposito delle intenzioni di Scelli di riaprire il capitolo «due Simone».
Il leit-motiv dell’esternazione finita in edicola è l’assoluta riservatezza concordata col governo italiano che, a detta di Scelli, avrebbe dovuto avvolgere le trattative per la liberazione dei vari ostaggi in Irak. «A Bagdad, quando si trattò di riportare in Italia le due Simone, Nicola Calipari, consapevole di questa direttiva, si raccomandò con me di non parlarne neppure al generale Mario Marioli, italiano, vicecomandante delle forze alleate in Irak che, invece, fu informato dallo stesso Calipari dell’operazione Sgrena». Come a voler dire: quando il Sismi ha fatto di testa sua, in raccordo con gli alleati, guardate come è andata a finire. Ma Scelli spara molto più alto, rivelando come lo sfortunato 007, proprio perché non condivideva il pensiero dei superiori a Roma, avrebbe deciso di agire egualmente disobbedendo al generale Pollari. Vero? Falso? Difficile a dirsi, anche perché Calipari non può confermare né smentire. Se non è lecito sparare sulla Croce rossa, è lecito chiedersi del perché l’ex commissario straordinario decida di far fuoco contro chi lo ha sempre sostenuto anche quando - per dirla col sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica - «ci ha creato non pochi problemi per il suo protagonismo».
Scelli double-face, dunque. Quando la procura di Roma decide di prendere a verbale il suo medico-amico, l’iracheno Navar, il commissario della Cri si lamenta della fuga di notizie che ha «bruciato» la fonte. A distanza di mesi, Scelli non si cura di bruciare «fonti» e «canali» rivelando particolari riservati sui fratelli Al Kubaysi, sul consiglio degli Ulema, sugli stessi metodi di lavoro della Croce Rossa, rischiando così di rendere inefficace il suo operato in caso di nuovi sequestri.
E ancora. Il 30 settembre 2004 in un’intervista al Giorno, Scelli dice di non voler sentir parlare di riscatto o cedimento ai terroristi. Adesso rivendica il merito di aver «salvato la vita» a quattro miliziani feriti in combattimento. Il 16 ottobre, intervistato dal Gazzettino, Scelli aggiunge: «Il presunto baratto con bambini da curare è solo una squallida invenzione». Oggi smentisce se stesso.
Sul sequestro Sgrena dice «di non esser stato protagonista della fase finale», ma nell’intervista dice lo stesso che gli americani non dovevano sapere dell’operazione, smentendo nei fatti la versione del governo italiano. Dice delle due Simone e della Sgrena, ma poco o nulla dice sui body-guard rapiti di cui si occupò con scarsi risultati. Sul punto curiosamente non dice male del Sismi, a cui subentrò nelle trattative. Non dice di come sfumò la liberazione di Stefio, Agliana e Cupertino che diede per certa ai giornalisti che fece imbarcare di corsa, la notte del 21 aprile, su un aereo della Cri da Ciampino per Bagdad. Non dice di come le sue trattative, anziché concludersi l’indomani, si dilungarono per un mese con richieste ulteriori di liberazione di terroristi curdi. Dice tanto, dice troppo, forse non dice nemmeno tutto e lo dice pure in ritardo. Perché?