Quella finta rivoluzione è uno smash steccato

Inneggiavano al comunismo, e io avrei voluto portarli con me in Polonia...

da Roma
Un bel mattino d’agosto di dieci anni fa, sulla piazzetta di Porto Rotondo, assistetti alla seguente scena. Lui, Nicola Pietrangeli, la solita bella faccia da schiaffi indorata dal sole della Costa smeralda, era appena sceso dalla sua Vespa. Ad attenderlo, davanti all’edicola, c’era il solito capannello di signore che lo aspettavano per rimorchiarlo. Una, bel tipo sui quaranta, naturalmente ricca, naturalmente divorziata, faccia da murena gentile, gli si fece sotto spavalda. «Caro Nicola, oggi andiamo in barca a Budelli. Viene con noi?». Lui, affettando quella sua naturale indolenza, da scettico blu: «Mah, chissà. Quanto è lunga la sua barca?». Lei, l’aria smarrita: «Mah, saranno venti metri!». Lui, sorridendo maliardo: «No, guardi, detesto le scomodità». Ringalluzzita, s’avanzò una seconda madama, amica della prima: «La nostra barca è di ventitré metri. Vuol dire che verrà con noi... ». Per un momento, Nicola parve interessato. Poi domandò: «Che si mangia?». La tipa: «Cotolette e insalata. Credo... ». Allora lui, definitivo: «No, guardi, le cotolette proprio... ».
«La verità - mi disse più tardi con raffinata civetteria, e mentendo per la gola - è che mi sono scocciato. Spero solo di accorgermi serenamente, un giorno, che sono finiti i botti». Aveva 65 anni, all’epoca. Oggi, dieci anni dopo, eccolo qui, nella sua bella casa romana dalle parti di Villa Stuart. Una polo gialla, pantaloni pied de poule in tinta, mocassino da golfista fuori ordinanza, fisico smagliante. Ogni tanto, durante l’intervista, sbircia l’orologio. «Aspetto una signora per cena... », confessa l’impunito.
La leggenda, alla quale lui stesso ha lavorato alacremente per decenni, perfezionandola con la passione artigiana di un orafo siriano, scrivevo all’epoca, dipinge Nicola Pietrangeli con i seguenti cinque aggettivi: pigro, indolente, frivolo, mondano, scansafatiche. Se qualcuno li scambierà per difetti, allora elencheremo i pregi: campione di stile, sui campi da tennis e nella vita, charmeur, simpatico naturale e uomo fortunato. «Dalla vita - ripete - ho avuto quasi tutto». Rimpianti? «L’unico è che se avessi giocato oggi, sarei pure ricco sfondato. Ai miei tempi invece si giocava soprattutto per divertimento. Pensi che il vincitore del torneo di Viareggio incassava venticinquemila lire, qualcosa come mille euro di oggi».
Il Sessantotto, nella memoria di Nicola Pietrangeli, è legato a due immagini. La prima: Montecarlo, dove vinse per la terza volta la coppa Challenge, che ora fa bella mostra di sé su una mensola del salotto stipato di fotografie, di coppe e di souvenir legati alla sua strepitosa carriera. Il secondo flash è uno scontornato parigino. Lui sulla terrazza Martini. Sotto, sugli Champs Elysées, una bella masnada di studenti affrontati da dozzine di flic che tenevano i moschetti per la canna e li roteavano sulle teste dei contestatori.
«Io non mi sono mai occupato di politica - racconta Nicola allungandosi sul divano -. Ma guardando quei ragazzi che inneggiavano alla Cina di Ho Chi Minh, a Mao, e sputavano sulla bandiera americana mi domandavo: ma questi che ne sanno della Cina? E il comunismo che gli piace tanto, sanno cos’è? Io ero stato in Polonia nel ’56, e l’anno dopo in Cecoslovacchia. Ecco, mi sarebbe piaciuto portare quegli studenti a fare una gita da quelle parti, per fargli vedere da vicino che cos’era quella che spacciavano per dittatura del proletariato. Be’, se non altro ho avuto la soddisfazione di vedere che strada facendo si sono pentiti tutti, e oggi fanno i borghesi. L’antiamericanismo però è rimasto. Mai, invece, che mi sia stata data la gioia di vedere una grande manifestazione popolare contro la Cina, dove ancora oggi si fanno diecimila esecuzioni capitali l’anno. E parlo solo di quelle ufficiali».
Nella sua carriera di grande tennista, Nicola Pietrangeli è stato 24 volte campione assoluto d’Italia; ha vinto due volte al Roland Garros, altrettante agli Internazionali d’Italia e detiene l’ineguagliabile primato di presenze (164) in Coppa Davis. Il che non gli ha impedito di guadagnarsi per l’eternità la fama di gaudente fannullone.
«Vero - concede lui con un sorriso disarmante -. Di lavorare non ho mai avuto tempo. E anche nel gioco: se mi fossi allenato di più avrei vinto di più. Ma mi sarei divertito di meno. E poi, la sola parola sacrificio mi ha sempre fatto venire l’ansia. Mai alzato alle 7 del mattino, per esempio. La mia regola è: se posso alzarmi alle 9, ottenendo gli stessi risultati, perché no?».
Imbozzolato nel magico mondo dello sport, protetto dagli agi e dal lusso di quello che una volta si chiamava jet set (prima che gli aeroplani e le vacanze a Sharm fossero alla portata anche dei magazzinieri e delle commesse) Pietrangeli guardò alla pantomima del Sessantotto con l’aria dello snob. «Vedevo quei cortei di ragazze che facevano il triangolo con le mani, sopra la testa, e gridavano: “L’utero è mio e lo gestisco io”. E io mi dicevo: “Ahò, ma chi te la chiede?”. Erano mostri, facevano paura». Poi, quando il Sessantotto si mise a correre, giù per la china della violenza, lo snobismo di Nicola si tramutò in costernazione. «Vedevo una generazione, una bella fetta di generazione almeno, persa dietro certi incantatori di serpenti che perseguivano i loro obiettivi senza scrupoli. Anche a destra, badi. E tanti ragazzi ci sono andati di mezzo, giocandosi la vita propria e spesso anche quella altrui».
Incuriosito dalle chiacchiere che arrivano dal salotto, ecco comparire Pupino, 16 anni, il gatto pezzato di Nicola, orbo di un occhio. Lui e Nicola sono i single più coccolati di questo condominio alla Balduina. «Prima c’era anche Pupina - racconta Nicola, tirandosi in braccio il suo compagno adorato -. Rimase con Licia Colò quando lei mi lasciò da un giorno all’altro, il 1° aprile di 13 anni fa, e ancora non ho capito perché. Cioè perché mi lasciò Licia, intendo».
Sul tavolino di fronte al divano, in giro per le pareti, a testimoniare il suo narcisismo ma anche a documentare la vita da gagà che ha condotto, c’è una vasta galleria di fotografie che ritraggono Nicola in giro per il mondo, accanto a una lunga teoria di celebrità. Eccolo con Frank Sinatra e la moglie Barbara; con Sean Connery e Bud Spencer; coi principi di Monaco e Jean-Paul Belmondo; con Omar Sharif e papa Giovanni Paolo II. Per quelli come lei, gli dico, nel Sessantotto avevano coniato uno slogan. Diceva: «Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi». «Tutta invidia. Il difetto capitale degli italiani. Invidia a senso unico poi. Mi ricordo che proprio nel ’68, ai campionati italiani di Verona, venne Lucio Dalla con la sua Porsche. Ma era di sinistra, Dalla, e dunque nessuno lo contestava. Idem per Antonello Venditti, che c’ha una barca lunga da qui a là. Ma se sei di sinistra, in questo Paese, nessun problema».
Il mondo dello sport, e quello del tennis in particolare, restarono immuni, conferma Pietrangeli, dalla sindrome del Sessantotto. Ma quel mondo felpato, alto borghese, che viveva in un’altra dimensione, stava sul gozzo alla sinistra. E alla prima occasione cercò di entrarci a piedi uniti. Accadde nel ’76, finale di Coppa Davis tra Italia e Cile. C’era da andare a Santiago, a casa dell’odiato Pinochet. E Pietrangeli, all’epoca capitano della Nazionale, finì sulla croce, come si legge nel bel libro che Lea Pericoli ha dedicato al suo grande amico, C’era una volta il tennis. Dolce vita, vittorie e sconfitte di Nicola Pietrangeli. «Avevo un bel dire e ripetere che la politica non c’entrava; che noi si andava a vincere la coppa - ragiona Nicola -. Ma non c’era niente da fare. Mi accusavano di voler legittimare il dittatore, che come tutti sanno mangiava tre bambini a pranzo e a cena. Per tutto il mese di novembre fu un martellamento continuo di radio, televisione, giornali, telefonate anonime. Finii con una macchina dei carabinieri sotto casa, ventiquattr’ore su ventiquattro».
Sbaglio, o alla tragicommedia partecipò anche Domenico Modugno? «Mica solo lui. C’era anche Severino Gazzelloni, il cosiddetto flauto d’oro, altro miliardario in dollari che faceva il comunista. Al cinema Adriano fecero perfino un concerto contro l’andata in Cile della nazionale di tennis». Risultato? «Andammo lo stesso. E ci portammo a casa la coppa». E se avessimo perso? «Be’, io mi ero studiato un itinerario alternativo per rientrare in Italia. S’immagina, se dopo essermi battuto per andare, fossimo stati battuti dal Cile di Pinochet?».
(9. Fine)