Quella folle e bigotta «movida» iraniana

Giacca con cappuccio, occhiali da sole, barba ruvida, 35 anni, iraniano cresciuto all’estero. È tornato a Teheran per riaprire un fashion bar dell’epoca dello Scià. Allora lo gestiva la prozia Zsa Zsa, strepitosa novantenne. La città, almeno nei quartieri alti, galleggia su uno schizofrenico brodo di pseudoartisti impegnati in una movida di cocaina, vodka distillata in casa e sveltine nei bagni. Tirdad Zolghadr con il suo Softcore (Isbn, pagg. 182, euro 16.50, trad. Massimo Gardella) si rivela un Bret Easton Ellis persiano e nel suo beffardo romanzo chiazza di colori i tristanzuoli toni beige della Repubblica islamica e persino la prigione di Shekufeh. Al margine della baldoria, servizi segreti e bigotti a intermittenza tirano i fili a proprio vantaggio.