«Quella frase è il segnale del disagio di Rifondazione»

Massimiliano Scafi

da Roma

Un altro partito di lotta e di governo? «Non scherziamo, il Pci era diverso. Io c’ero, lo posso ben dire. E poi, è comunque più facile assumere certe posizioni quando si sta fuori, all’opposizione». Il Prc invece è dentro, ma Paolo Ferrero, ministro per la Solidarietà, addirittura «auspica» uno sciopero generale contro il governo di cui lui stesso fa parte, se la manovra toccherà «spesa sociale e pensioni». Non è un po’ singolare? «In effetti quella frase appare strana pure a me - risponde Enrico Morando, presidente della commissione Bilancio di Palazzo Madama e capofila dell’ala riformista dei Ds - mi sembra davvero una forzatura».
Cos’è, senatore, autolesionismo? Ferrero fa due parti in commedia? Lavora per il re di Prussia?
«Ferrero è l’unico ministro di Rifondazione nella squadra di Palazzo Chigi e quindi gli tocca misurarsi con le diverse posizioni del suo partito e con le difficoltà che sta incontrando in questa fase. Il suo è un ruolo delicato».
Insomma, si sta barcamenando...
«Io sarei un forse po’ meno brutale nella definizione. Diciamo che, essendo il capodelegazione del Prc, deve in qualche modo conciliare due spinte contrapposte, e cioè l’impegno di governo e l’attenzione a certe istanze dell’elettorato».
Ma non si può stare contemporaneamente partecipare alla stesura di una Finanziaria e «auspicare» uno sciopero. È una contraddizione.
«E infatti queste frasi di Ferrero, come anche il lacerante dibattito sulla missione in Afghanistan, sono le spie del disagio di Rifondazione, del travaglio profondo che sta attraversando quel partito. Da sinistra antagonista e alternativa sistemica a forza di governo del Paese in un momento difficile. È un problema serio. Anzi, è il problema».
E come finirà?
«Io mi auguro che alla fine prevalgano le posizioni più responsabili».
Ma non ne è sicuro...
«Che devo dire? Ogni giorno ha il suo Calvario».
Intanto a soffrir è il governo. Secondo lei senatore, Romano Prodi rischia di cadere più sulla politica estera o sulla manovra?
«Secondo me, sulla politica internazionale. Sulla Finanziaria sono abbastanza tranquillo. Innanzitutto c’è un Dpef, che non è un documento inutile perché fissa degli obbiettivi precisi, condiviso anche da Rifondazione. Poi c’è un accordo di programma, firmato da tutti i partner di maggioranza, che garantisce la tenuta della coalizione».
Però quando Ferrero dice che bisogna fare una grande discussione popolare e di massa sulla manovra e che pensioni e spesa non si toccano, mette dei paletti ben precisi.
«Io rispondo che nessuno vuol fare della macelleria sociale. Ma gli obiettivi fissati vanno raggiunti».
Cioè?
«E cioè, entro cinque anni vogliamo arrivare a una riduzione della spesa corrente primaria in rapporto al Pil di due punti, due punti e mezzo. Parlo della spesa al netto di quella che serve per finanziare il debito. Il centrodestra l’ha portata al 40 per cento, noi intendiamo contrarla fino al 36-37 per cento. Entro il 2011 vogliamo poi riportare al quattro per cento l’avanzo primario di cassa che è oggi dello 0,2-0,3. Ecco, questi sono i parametri, questi sono gli obiettivi. Si può discutere il come e il dove, ma non il quanto».
Ma proprio il come e il dove diventeranno il terreno dello scontro. È sempre successo così.
«Io sono ottimista perché mi baso su quello che è successo nella commissione che presiedo, dove il Prc ha votato sia per la manovrina che per il decreto sulle liberalizzazioni, anche nella parte che riguarda gli enti locali. Poi, certo, quando si discuterà la Finanziaria, ognuno farà le sue proposte, me ne rendo conto. Però attenzione, chi criticherà un provvedimento di contenimento di spesa dovrà fornire un’alternativa, chi si opporrà a una strada dovrà indicarne un’altra. Nessuno sconto. Alla fine i conti indicati dal Dpef dovranno tornare.