Quella grande abbuffata in bilico tra Bene e Male

In «Fame» Cauteruccio racconta la vita con la metafora del cibo

Enrico Groppali

C'è fame e fame, come si sa. Ma Giancarlo Cauteruccio nel suo nuovo spettacolo che può considerarsi come uno smanioso iter monologante oltre il tempo della vita, abbandonato a favore dello spazio infinito della memoria, abiura il fisico bisogno di nutrirsi. Lontani i tempi in cui, dalle piastre infuocate nello studio di Krapp, ci giungevano gli odori degli intingoli, l'accattivante aroma dei funghi, l'allegro scoppiettio delle zuppe e le scie penetranti degli arrosti che cuocevano a ridosso di una cavea che aveva mutuato da Goethe, e dal suo Faust, la scorretta dizione «Cucina di strega». Questo Fame ci presenta, sotto le spoglie di Cauteruccio vittima e officiante un rito di liberazione dalla schiavitù del cibo, un eroe senza nome e senza scopo che non sia il puro e semplice ingurgitare. A cominciare dai detriti poetici di padre Dante che l'autore-attore medita e declama, abbandona e riprende, spezza nella mandibola e con la lingua assapora nella traduzione in vernacolo della «Commedia» ad opera di Salvatore Scervini.
Ma l'inconsueto show non si limita a questo. Perché con diabolica abilità Cauteruccio implica altre spaventose categorie della fame. Che si configura come l'aspetto di una congiura genetica alle origini di una specie come la nostra di cui si attende la venuta al mondo con gioia tutt'uno all'esasperato corpo a corpo con una disfatta indifferibile: la morte. Ma l'approdo alla scienza, come simbolico albero di un Bene e del Male che sa più di Jung che dei Vangeli, rimanda al questuante il problema comportandosi come una minuscola pallina di golf che eviti scrupolosamente tutte le buche. Dato che Cauteruccio, transfuga dall'accumulo indiscriminato del cibo, approda solo e infelice a una barella carica di pietanze che ricorda, nel catastrofico trionfo di ogni immaginabile derrata, la Colonna Schwitters irta di ogni detrito della comunità surrealista di certo esasperato manierismo cui non sfuggì, in Aspettando Godot, lo stesso Beckett quando battezzò col nome di Pozzo uno dei suoi personaggi-chiave. E dal momento che il sostantivo «pozzo» rimanda a una calata alle fonti della conoscenza, ecco al termine del doloroso itinerario Cauteruccio farsi solo ed unicamente bocca protesa ad inghiottire la refurtiva dei libri dei poemi e delle parole che ci salvano dall'afasìa.

FAME - di e con Giancarlo Cauteruccio Teatro Krypton, Scandicci. In tournée a Pistoia, dal 2 al 9 gennaio.