Quella guerra segreta sul referendum

MilanoUfficialmente tra il Pdl e la Lega è in atto una «sana competizione». Ma in via Bellerio sanno bene che il voto si avvicina e sarà il momento della conta, destinato a definire i rapporti di forza tra il neonato Popolo della libertà in marcia verso la maggioranza assoluta e il Carroccio. E c’è chi teme di perdere consensi, soprattutto in Lombardia, dove l’ascendente di Berlusconi si salda alle posizioni del presidente della Regione, Roberto Formigoni, che accusa la Lega di essere «un partito di lotta e di governo». Così qualche mal di pancia rimane, tra coloro che non si accontentano degli accordi sulla Fiera, l’Expo, le amministrative e - subito dopo averli portati a casa - puntano a uno sfondamento elettorale.
La linea del Piave, ma forse sarebbe meglio chiamarla linea del Po, è il referendum sul sistema elettorale. In molti nella Lega sono convinti che non sia stato un lapsus quello con cui Gianfranco Fini ha buttato lì la data del 7 giugno, quando si voterà per le Europee e per il primo turno delle amministrative, «l’unico giorno in cui sarebbe possibile raggiungere il quorum», come ripetono nei corridoi milanesi del Carroccio, dove il quesito è visto come il fumo negli occhi, una specie di stratagemma per rafforzare il Pdl. «Sì al bipolarismo, no al bipartitismo», perché estraneo alla storia italiana, è la tesi.
La «Lega di lotta» lo riterrebbe un segnale di guerra, così come ha accolto con preoccupazione i discorsi circolati al congresso, in particolare le parole del governatore lombardo Formigoni. «Nasce il Pdl, unione incestuosa tra Forza Italia e An» recita un sms partito dal cellulare di un dirigente che nella Lega lombarda conta parecchio. L’ordine di scuderia arrivato ai leghisti via messaggino telefonico è chiaro: «Mobilitarsi, organizzarsi, aggregare, non lasciare spazio ai nemici del Popolo padano e alpino». Un modo di motivare coloro che temono di finire oscurati dal Pdl.
Sull’esito del referendum il Carroccio si gioca il ruolo di ago della bilancia. Se infatti il premio di maggioranza si spostasse dalla coalizione alla lista e il Pdl raggiungesse le percentuali a cui punta il presidente del Consiglio, la Lega teme di non essere determinante negli equilibri parlamentari. Almeno alla Camera, perché al Senato, secondo le simulazioni che girano in via Bellerio, anche se passasse il tanto osteggiato referendum, il Pdl non riuscirebbe a governare in autonomia.
Così è fondamentale per il Carroccio che il quorum non sia raggiunto. Se si votasse la settimana successiva al 7 giugno, o quindici giorni dopo, contemporaneamente ai ballottaggi, è difficile ipotizzare una mobilitazione in grado di rendere valido il ricorso agli elettori. Ecco perché sia Roberto Maroni che Roberto Calderoli si spendono per scacciare il fantasma referendario. «Non resta che la data del 14 giugno, a meno che il governo non ne fissi un’altra per decreto» dice Maroni dall’alto del suo incarico di ministro dell’Interno. Il titolare della Semplificazione, Roberto Calderoli, va ancora oltre: «Siamo fuori tempo massimo, questo referendum è uno spreco di soldi».
La sana competizione tra Pdl e Lega passa anche attraverso il pallone. Leo Siegel, il tecnico della nazionale di calcio padana, è già al lavoro per organizzare nel Nord Italia i mondiali delle nazioni non riconosciute, che partiranno a Novara il 22 giugno e toccheranno Brescia, Varese e Verona. Ma assicura scherzoso: «Non è un’iniziativa anti italiana. Anzi, se Berlusconi ci prestasse qualche giocatore del Milan, una crisi di governo sarebbe scongiurata per sempre...».