Quella guerra sull’agenzia con la regia di Palazzo Chigi

Nell’autunno scorso le mosse del governo per avere un nuovo direttore «gradito»

La gravissima denuncia di Pierluigi Magnaschi al Giornale, che lega il suo licenziamento dall’Ansa alla vicenda Visco/Gdf impone una rilettura della guerra sotterranea che nell’autunno scorso si sviluppò tra Roma, Milano e Torino per arrivare al cambio del direttore, insiediatosi nel 1999, e alla conseguente nomina di un nuovo numero uno meglio se gradito al governo di centrosinistra. Tanto che proprio il Giornale spese diverse cronache sul tentativo di Prodi di mettere mani sulla prima agenzia di stampa italiana. Che per efficacia informativa è superiore a qualsiasi quotidiano. Manovre in gran parte rimaste sconosciute. Manovre come i contatti del presidente dell’Ansa Boris Biancheri con i diversi azionisti dell’agenzia fino a candidature come quella di Andrea Bonanni, corrispondente da Bruxelles de la Repubblica, giornalista particolarmente gradito a Romano Prodi e al sottosegretario con delega per l’editoria Riccardo Franco Levi. Proprio quest’ultimo, tra l’altro, aveva ventilato la fusione fredda tra le agenzie di stampa. Progetto che prevedeva l’incorporazione delle voci minori presenti sul mercato, indebolendo colossi privati come l’Adn-Kronos. L’idea era quella di ridurre selettivamente con la Finanziaria i contributi pubblici destinati alle agenzie minori, elevando così l’Ansa, quarta agenzia al mondo, a interlocutore privilegiato se non unico per l’informazione italiana.
Che il progetto di Franco Levi, le ambizioni di Prodi sull’Ansa e il licenziamento denunciato ora da Magnaschi fossero parti integranti dello stesso piano non è dato sapere. Almeno per il momento. La partita fu di sicuro cruciale. Il Giornale e Libero denunciarono plurimi tentativi di colonizzazione politica. Con seguito di allarmate interrogazioni, come quella di Maurizio Gasparri di Alleanza Nazionale. Oggi le parole di Magnaschi indicano precise chiavi di lettura. Da parte sua Biancheri, presidente anche della Federazione degli Editori, riuscì a far collimare i desiderata degli editori, sentendo tutti. Dal Corriere della Sera venne fatto il nome del condirettore Paolo Ermini. Gli Agnelli, Luca Cordero di Montezemolo, puntavano sull’ex direttore de La Stampa , Marcello Sorgi. Ma il nome di Bonanni per giorni sembrò imporsi su quello degli altri concorrenti. E soltanto grazie agli editori che fecero muro contro la politicizzazione dell’agenzia, spuntò la soluzione alternativa, Giampiero Gramaglia da New York. Ma se Magnaschi dice il vero perché il blitz sulla Gdf di Milano doveva essere compiuto e passare sotto silenzio?