Quella legge che ci cambia la morte

Chi lo crede utile faccia pure corna e stracorna, durante la lettura di questo articolo: perché riguarda un argomento cupissimo ma con il quale tutti avremo prima o poi a che fare. Parliamo infatti del giorno del trapasso, il nostro e quello - spesso anche più angoscioso - dei nostri cari. Tutti ce lo auguriamo breve e indolore, ma purtroppo non sempre è così. E, in mancanza di norme, chiunque si trovi in ospedale in condizioni disperate viene d'ufficio sottoposto a terapie strazianti che nella maggior parte dei casi non possono portare alla guarigione e ottengono soltanto un doloroso e umiliante prolungamento della vita, quasi sempre in uno stato poco più che vegetativo.
Già da tempo la Fondazione Umberto Veronesi ha stilato un semplice «testamento biologico» attraverso il quale un individuo sano, o comunque ancora padrone delle proprie volontà, può decidere di rifiutare l'accanimento terapeutico in caso di malattia o lesione traumatica irreversibile e invalidante o che costringa alla dipendenza da macchine o sistemi artificiali. Nello stesso documento si può, con una crocetta su un «sì» o un «no», autorizzare o meno la donazione dei propri organi per trapianti, una decisione oggi lasciata alla discrezionalità dei parenti, quando non alla volontà dei medici di procedere comunque all'espianto di uno o più organi. Purtroppo però, a tutt'oggi queste dichiarazioni non sono giuridicamente vincolanti per il medico, anche se sottoscritte davanti a un notaio. Il cittadino, insomma, non ha né la certezza né il diritto che la sua legittima volontà venga rispettata. (Ogni possibile notizia è reperibile nel sito www.fondazioneveronesi.it, o al numero telefonico 02 76018187.)
Per ovviare a un palese e grave vuoto legislativo, la Fondazione Umberto Veronesi ha preparato ora un limpido e sintetico progetto di legge popolare per il quale i medici «sono tenuti a rispettare la volontà espressa nella dichiarazione anticipata di trattamento»: come già si fa, per esempio, negli Stati Uniti, in Germania, Olanda, Danimarca, Belgio. Adesso c'è da augurarsi che anche da noi più partiti - magari di entrambi gli schieramenti - facciano proprio il progetto di legge. Qui infatti non c'entra l'essere di destra o di sinistra: si tratta di lasciare all'individuo una scelta fondamentale e inalienabile sulla propria vita. Né il problema ha a che fare con quello, assai più complesso, dell'eutanasia: con l'eutanasia, si decide se «staccare la spina» e dare la morte a un malato ormai impossibilitato a decidere per sé. Con la nuova legge sarà lo stesso malato a decidere non di morire, ma di non venire «curato» oltre ogni ragionevolezza. Anche Giovanni Paolo II del resto attribuisce al paziente - nell'enciclica Evangelium vitae, del 1995 - una certa autonomia decisionale circa l'ostinazione terapeutica: e afferma che «è lecito sospendere l'applicazione delle cure quando i risultati non corrispondono all'aspettativa».
Si tratta insomma di un principio che non dovrebbe neanche essere messo in discussione, perché il diritto alla libertà personale è un fondamento della Costituzione italiana. E, più semplicemente, se si può andare con grande naturalezza dal notaio per decidere come destinare i propri beni, perché non ci è consentito farlo anche per il futuro della nostra salute? Una volta approvata la nuova legge, sarà il singolo cittadino a decidere di non essere curato oltre ogni limite che offenda la sua dignità di individuo e la sua sofferenza di essere umano. Con una libera scelta che non obbliga nessuno, ma che non può essere ulteriormente negata a tutti, sempre e comunque.
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