Quella legge dell’80 che salvò i dirigenti corrotti

La storia dei patronati, e soprattutto il loro status giuridico, merita un approfondimento. Gli enti sono previsti sin dal 1947, con un Decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola (nella foto) che ha parificato «gli Istituti di patronato ed assistenza sociale alle amministrazioni dello Stato». Ma nel 1980 il Parlamento decise di attribuire ai patronati «personalità giuridica privata». Cancellando di fatto 30 anni di giurisprudenza. Il vero motivo? «Salvare» da una condanna pesante alcuni dirigenti dell’Ipas (Istituto di patronato per l’assistenza sociale), che erano stati accusati di «peculato» per la distrazione di alcuni fondi dell’ente, che poi venne definitivamente sciolto soltanto nel 1995. Il cambio in corsa di status, mai più modificato da allora, consentì agli imputati Giuseppe Rizzo, Ugo Piazzi, Ercole Feroci, Giuseppe Drago e Ruggero Correr che l’ipotesi di reato originariamente contestata loro venisse «degradata» in appropriazione indebita continuata pluriaggravata. Poi sui patronati calò il silenzio. Fino al crepuscolo del centrosinistra post prodiano. Fu infatti la legge 152 del 2001, penultimo atto dell’ultimo esecutivo dell’Ulivo, guidato da Giuliano Amato, a riconoscere definitivamente ai Patronati lo status giuridico di «enti di diritto privato che svolgono un servizio di pubblica utilità». Ma questi enti sono ancora utili? In un momento di difficoltà economica è giusto destinare nel 2008 qualcosa come 400 milioni di euro di soldi dei lavoratori senza sapere che cosa fanno i patronati e senza che né ministero del Welfare né del Tesoro entrino nel merito dei bilanci? È giusto che per la semplice trasmissione telematica di una pratica i patronati incassino fino a 450 euro di soldi destinati dai lavoratori all’Inps? A sentire l’esperto di previdenza Giuliano Cazzola, oggi parlamentare Pdl, la risposta è «no». Secondo l’ex sindacalista Cgil che milita nel centrodestra c’è un problema di «governance» negli enti previdenziali e una questione irrisolta nei rapporti tra l’Inps e i sindacati, che di fatto gestiscono in totale autonomia il fondo del ministero del Lavoro nel quale confluiscono lo 0,226% dei contributi previdenziali dei lavoratori italiani.