Ma quella lettera della Juve l’avevamo già letta nel 1967

Niente di nuovo sotto il pallone. Arbitri, errori, critiche, rigori negati, gol non visti. Persino le lettere di «richiamo» alla federcalcio per chiedere tutele e regolarità. Giovanni Cobolli Gigli ci ha pensato lunedì (dopo i fatti di Reggio Calabria), scrivendo al presidente della Figc Abete e a quello dell’Aia Gussoni: «Il ripetersi di episodi così gravi impone di richiedere un intervento dei massimi organismi federali a garanzia della regolarità del campionato... La federcalcio ha il dovere di vigilare sul rispetto delle regole... Abbiamo il dubbio che nei confronti della Juventus non ci sia un atteggiamento sereno e adeguato alla serietà della Società e della squadra... Chiediamo provvedimenti immediati ed efficaci per sanare una situazione gravemente compromessa...». Ma Cobolli non ha inventato niente, non ha fatto che rispolverare un precedente di quarantun anni fa, quando il suo predecessore Vittore Catella, dopo un gol fantasma non convalidato a De Paoli nel gennaio del ’67 contro la Lazio, prese carta e penna e si rivolse al presidente della Figc, Pasquale, al capo degli arbitri, conte Giulini, e persino al presidente del Coni, Onesti, chiedendo loro «di intervenire a difesa non solo della Juventus ma della regolarità del campionato... La serietà e la correttezza della Juventus, di fronte a ben tre gol annullati in due giornate, non devono essere confuse con debolezza... Sta in voi far sì che la fiducia del mondo sportivo nella serietà e nella buona fede della categoria arbitrale tutta, venga ristabilita».
Ieri e oggi, insomma, ma il prodotto non cambia. Vittore Catella, onorevole del Partito liberale (a Torino girava la battuta elettorale «Per una Juve più bella votate Catella»), ex aviatore decorato al valor militare, capo della flotta aerea privata di casa Fiat (pare che Agnelli lo nominò presidente nel ’62, o meglio commissario, con una battuta: «Visto che lei ama il richio...»), scatenò immediatamente la reazione interista di Moratti (anche qui nulla di nuovo, ma si trattava ovviamente di Angelo) che definì la lettera «Una prova d’isterismo». Il mago Herrera non si tirò indietro: «La Juve protesta per influenzare gli arbitri». E Catella non fece attendere la replica: «Lui se ne intende... Ha sempre usato tali metodi», non risparmiando nemmeno il collega nerazzurro: «Gli unici isterismi che ricordo sono quelli riferibili ai dirigenti interisti ed ai componenti della famiglia del commendator Moratti». E allora il patron nerazzurro si scatenò: «Quando si arriva a mettere sullo stesso piano il sano entusiasmo di giovani come i miei figli e l’isteria velenosa di chi vuole a tutti i costi intorbidire le acque dello sport, si dimostra di essere capitati per caso nel mondo sportivo, forse soltanto per finalità elettorali».
Veleni a confronto dei quali le polemiche contemporanee sembrano zuccherini. Anche se l’Inter di oggi non ha gradito la lettera di Cobolli: «Serve solo a creare nervosismi e pressioni sulla classe arbitrale».
Per la cronaca quel campionato finì con la vittoria della Juve al fotofinish in sorpasso sull’Inter e proprio grazie a un errore. Non di un arbitro, ma di un portiere: Giuliano Sarti nella fatal Mantova. Ma in quel caso non partì nessuna lettera.