Quella in Libia è un'altra guerra lampo mancata

Dalla Somalia all’Afghanistan all’Irak, Stati Uniti ed Europa hanno affrontato lunghi conflitti con molte perdite e spese ingenti. E anche l’intervento contro Gheddafi rischia di trascinarsi, fra trattative e voglia di eliminare il raìs<br />

Chiamale se vuoi illusio­ni. O guerre infinite. Sono quel­le gene­rate dagli spasmi di ditta­ture senza più consensi. Quelle invocate da opinioni pubbli­che sdegnate per le violazioni dei diritti umani. Quelle decise dal mondo libero per toglier di torno chi la libertà la vuole solo per se. Guerre a volte giuste. A volte no. Ma sempre assai peri­colose. E assolutamente costo­se. L’ultima si chiama Libia.Na­ta con il nomignolo di “ no fly zo­ne”, venduta come operazione limitata, ma indispensabile per difendere i civili di Bengasi si è trasformata, passo dopo passo, in una caccia senza quartiere a Muhammar Gheddafi. Ma lui non ha nessuna voglia di andar­sene. Né di farsi ammazzare. E così il contatore di euro e dolla­ri gira.

A dar retta ai ragionieri del Pentagono tener in piedi le operazioni da qui a settembre costerà agli Stati Uniti non me­no di 750 milioni di dollari. Noi - oltre a dover spendere per re­perire gas e petrolio in altri lidi­bruciamo 12 milioni di euro a settimana per far volare i Torna­do e far girare le eliche delle na­vi tra Mediterraneo e Sirte. E non è detto che l’uscita di scena del rais metta fine allo scialo. Il passato è lì ad insegnarcelo. Ri­cordate la Somalia? Quando nel 1991 il detestato Siad Barre abbandona Mogadiscio l’opi­nione pubblica internazionale saluta l’inizio di una nuova era. In qualche modo lo è. Da quel momento la nazione Somalia cessa letteralmente di esistere e diventa la nostra dannazione. Due anni dopo la fuga di Barre siamo già lì a far la guerra a quel­l’Aidid salutato prima come protagonista della cacciata del dittatore e poi come la sua peg­gior reincarnazione. Eppure Ai­did, incubo della forza multina­zionale incaricata di ridurlo a miti consigli, non è ancora il peggio. La caduta nel baratro inizia dopo il fallimento della missione multinazionale e la morte dello stesso Aidid.

Da al­lora il paese assume le forme di una nuova Tortuga contesa da pirati e terrore alqaidista. E che dire dell’Afghanistan?Negli an­ni 80 tutto il mondo libero ap­poggia i mujaheddin impegna­ti nella lotta ai sovietici. Salvo poi ritrovarne alcuni nell’inatte­sa veste di alleati di Al Qaida e Talebani.A tutt’oggiil secondo atto di quella guerra infinita ­iniziato dopo l’11 settembre – non è al termine. Il conflitto pro­trattosi per dieci anni dopo la cacciata nel 2001 del mullah Omar e di Osama Bin Laden non può dirsi vinto neppure con la morte del capo di Al Qai­da. Un’autentica vittoria richie­derà altri anni di costosa pre­senza militare seguiti da lustri di aiuti alla ricostruzione e len­ta pacificazione. Del resto come l’Irak inse­gna, le guerre non son mai per­­fette. L’America inizia a scoprir­lo nel 1991. Allora proprio per evitarne complicazioni e costi Washington libera il Kuwait, ma si guarda bene dal far cade­re Saddam. Il rais si vendica con curdi e sciiti costringendo gli Usa e i loro alleati ad allestire una«no fly zone»che divora mi­lioni di dollari e non fa manco traballare il rais.

Il peggio arriva con l’illusione della«guerra per­fetta » del 2003. Dopo la caccia­ta del dittatore arrivata dopo 40 giorni di guerra l’America è cer­ta di aver fatto bingo. Invece è solo l’inizio di un altro conflitto. Ancor più devastante. Un con­­flitto che si prolunga, nella sua fase più acuta, fino al 2008, e co­stringe tutt’oggi gli americani a mantenere in Irak circa 50mila uomini. Gli errori, le sottovalutazioni e gli insuccessi di Somalia, Af­ghanistan e Irak erano e sono la miglior cartina di tornasole per individuare i rischi della guerra di Libia. Anche lì, come in Af­ghanistan, rischiamo nel caso di far i conti con i voltafaccia di alleati sensibili più al richiamo dell’integralismo e del fanat­i­smo che non a quello dei valori occidentali.

Anche lì come in Irak rischiamo di non soddisfa­re aspettative capaci di trasfor­marsi in malcontento insurre­zionale. Anche lì come in Soma­lia rischiamo di scoprire che il peggior dittatore era la miglior soluzione per una nazione vota­ta altrimenti al disordine. Eppu­re nessuno di questi insegna­menti­sembra influenzare le de­cisioni di chi tra Londra e Parigi cerca oggi di determinare gli esi­ti della guerra libica L’unica discriminante per scegliere tra l’eliminazione del rais o un’estrema trattativa sembra, in queste ore, quella della prima carta uscita. Ma la fretta di chi ci ha trascinato alla guerra e ci spinge a ora cercar di fuggirne senza troppe riflessio­ni rischia di trasformarsi in una nemesi. E condannarci a com­batterla per molti anni a venire.