Quella lunga lotta fratricida per regnare sui palestinesi

Dai tentativi di assassinare Arafat alle eliminazioni dei rivali del raìs

da Milano

Quando c'era lui non succedeva. O almeno non succedeva così. Il vecchio Yasser Arafat nemici e avversari li eliminava molto prima che potessero fargli ombra. E senza eccessiva violenza. Così regnò incontrastato per 33 anni alla testa dell'Olp, ma si circondò di una schiera di colonnelli proni e servili.
L'arafatiana via per la sopravvivenza passava per il controllo di armi, denaro e rapporti internazionali. Quando non riuscì a seguirla il raìs rischiò vita e potere. L'estate 1983 è uno dei momenti più difficili. Due anni prima ha dovuto abbandonare il Libano e rifugiarsi a Tunisi. Da lì non controlla le fazioni, non garantisce i flussi di denaro e non gestisce le relazioni con i suoi tradizionali protettori. Damasco e Riad decidono che è tempo di sbarazzarsi di lui, di trovargli un successore più affidabile. La pedina per la sua eliminazione è George Habbash, il capo dell'Fplp suo principale nemico e rivale in seno all'Olp. Habbash è prima di tutto l'uomo della Siria e del suo presidente Hafez Assad. Seguendo gli ordini di Damasco Habbash circonda i campi di Arafat in Libano e prepara la resa dei conti. Arafat replica con uno dei suoi colpi di scena. Il 16 settembre approfitta del ritiro israeliano dal Libano e si materializza tra i suoi uomini circondati dai siriani a Tripoli. A novembre lo danno per finito. Lui e i suoi ultimi 4.000 miliziani sono assediati in un campo di poco più di due chilometri quadrati. Ma la fortuna corre a soccorrerlo. Il nemico Assad tradito da una crisi cardiaca è incosciente in un letto d'ospedale. Il principe ereditario saudita Abdullah ci ripensa. Denuncia il colpo di Stato contro Arafat, lo reincorona unico leader del popolo palestinese. Le vere lotte per il potere iniziano alla vigilia degli accordi di Oslo. Nell'aprile del ’92, quando sopravvive a un incidente aereo e alle iene del deserto libico, Arafat è un cadavere politico. Ha voltato le spalle ad America e Stati arabi per abbracciare Saddam Hussein. È stato abbandonato dai palestinesi dei Territori poco disposti, dopo cinque anni di intifada, ad accettare le direttive di un raìs in esilio. Il comitato centrale dell'Olp si prepara a inchiodarlo al palo. Ma grazie al mito di grande sopravvissuto Arafat riesce a sbaragliare gli avversari interni e a riconfermarsi capo assoluto.
I tempi duri arrivano con la nascita dell'Autorità nazionale palestinese. La disastrosa gestione politica ed economica dei territori gli aliena le simpatie delle grandi masse palestinesi. Il raìs presidente subisce le prime accuse di corruzione e le prime rivolte interne. La decisione d'interrompere il processo di pace e di lasciare mano libera alla seconda intifada, incanalando il malcontento interno contro Israele, è anche il tentativo di evitare una rivolta interna.
Lo sviluppo di faide violente all'interno dell'Anp aumenta con il progressivo sgretolarsi dell'autorità di Arafat. Nel 2002, quando il raìs è prigioniero della Muqata, nella Ramallah assediata, qualcuno fa sapere agli israeliani che il capo della sicurezza Jibril Rajoub dà rifugio nel suo palazzo a dei ricercati di Hamas. Rajoub, costretto a consegnarli, viene dipinto come un traditore e Mohammed Dahlan gli soffia cariche e onori. Un mese dopo Marwan Barghouti il leader di Fatah e dei Tanzim considerato il possibile erede del raìs, viene arrestato dagli israeliani grazie a una soffiata arrivata dai vertici dell'Anp.
Nell'autunno 2003 Arafat ormai all'epilogo sfodera la pistola per minacciare Rajoub convocato tra le rovine del palazzo presidenziale. È solo un capitolo della corsa alle armi che vedrà fazioni e forze di sicurezza schierate le une contro le altre. Il primo a farne le spese è il successore del raìs. A Gaza, due giorni dopo la sepoltura di Arafat, il non ancora presidente Mahmoud Abbas scampa per miracolo a una violenta sparatoria tra milizie rivali. A darsi battaglia quel giorno erano gli uomini di Dahlan e del defunto Moussa Arafat.