In quella maratona Cechov buttato come un cencio

All’Argentina di Roma un deludente «Tre sorelle» in cui il regista Massimo Castri si disinteressa totalmente alla poetica dell’autore rappresentato

Vale la pena di insistere per l'ennesima volta sulla liceità di certi allestimenti cechoviani quando, al timone dei suoi capolavori, c'è un regista totalmente disinteressato al mondo e alla poetica dell'autore da rappresentare. Noncurante al punto di cancellare dal suo badeker l'esplorazione del background che ha visto nascere l'opera come dell'universo che affidò alla memoria dei posteri. Il caso dello spettacolo che Castri ha tratto dalle Tre sorelle è esemplare al riguardo. Rifiutandosi di analizzare le componenti caratteriali di ogni personaggio della famiglia Prozorov ed escludendone drasticamente gli slanci elegiaci, l'assoluta fiducia nel lento evolversi della società e le motivazioni psicologiche di questi esclusi dal gran mondo della capitale sognato dalle protagoniste, il regista ha ridotto il mirabile canto fermo del grande poeta dell'Ottocento a una carrellata di lemuri e fantasmi beckettiani privi di epicentro, in fuga da se stessi e dalle passioni che li animano.
Rigettata l'ambientazione naturalista a favore di uno spoglio decorativismo, Castri ha puntato tutte le sue carte su un ridicolo simbolismo inutilmente fatto passare per metafisica o regno del silenzio. Con quel tavolo da pranzo dapprima vuoto e via via sovraccarico di addobbi prima di ospitare, sgombrati gli arredi in vista del tragico finale, un delirio di sedie vuote che alludono - secondo lui - alla definitiva messa a morte della borghesia. Adombrata, nella conduzione degli attori, nel voluto depauperamento emotivo delle grandi pagine tardoromantiche del copione. Per ottenere questo risultato, il regista dopo aver assoldato tre interpreti assolutamente inadatte a impersonare le grandi figure di Mascia, Olga e Irina, ha costretto il resto del cast ad adeguarsi alle sue direttive.
Rivolte in toto all'annullamento del testo, alla sua comicità rarefatta come a quella malinconia capace di coinvolgerci fino allo spasimo che, prima di lui e con ben altre frecce al loro arco, sono state appannaggio di ben altri allestimenti, quello di Otomar Krejca in particolare. Così, ad eccezione di Paolo Calabresi e Renato Scarpa, nessuno si è posto il problema di interpretare Cechov ma solo, in oltre quattro ore e passa, di buttarlo via come un cencio da rigattiere. Complimenti.

TRE SORELLE - di Anton Cechov Teatro di Roma. Regia di Massimo Castri. Al Teatro Argentina. fino al 27 ottobre.