Quella Milano che ha ripreso l’eskimo dalle cantine

Tra bombe, attentati, manifestazioni di protesta e scuole occupate, Milano sembra voler portare indietro di quasi quarant’anni le lancette dell’orologio; il clima non è ancora pesante come allora, l’aria non è altrettanto irrespirabile ma potrebbero diventarlo se non si bloccano subito questi nuovi aneliti pseudorivoluzionari. Si torna a parlare di circoli anarchici, di collettivi studenteschi (i black block di oggi discendono in linea diretta dai katanghesi di ieri), di spedizioni punitive come quelle contro la libreria di Cl all’università Statale.
Con in più, oggi, due elementi che rischiano di rendere la miscela ancora più esplosiva: il terrorismo islamico che potrebbe cercare e trovare alleanze e coperture in questi ambienti e i sessantottini di ritorno.
Già, almeno qua a Milano non sono pochi quelli che, con commozione, quasi fosse una reliquia, hanno tirato fuori dall’armadio quell’eskimo simbolo delle mille battaglie sostenute in gioventù. Lo hanno guardato con la vista appannata da qualche lacrimuccia e dalla presbiopia, lo hanno indossato (erano sempre larghi e assai «comodi» e quindi non hanno avuto grossi problemi nonostante l’aumento della taglia) e voilà si sono sentiti di nuovo giovani e rivoluzionari.
E così, con la loro vecchia divisa, sono andati a rimpolpare le file non troppo folte dei rivoluzionari di oggi. In qualche caso, qua a Milano, sono andati addirittura ad okkupare le scuole al posto dei figli che, invece, sono rimasti a casa a studiare.
Patetici. Oggi gli ex sessantottini sono signori e signore di una certa età, hanno sistemato i figli, molti sono probabilmente già in pensione, hanno condotto una vita borghese, cominciavano ad annoiarsi terribilmente e non hanno resistito al richiamo della «Manifestazione». Tutti in piazza, oggi come allora, tutti a urlare, inveire, protestare contro il governo, naturalmente fascista, contro la società, ovviamente borghese, contro la scuola privata chiaramente capitalista, contro la mancanza di libertà. Tutti a sognare, oggi come allora, la rivoluzione.
È stata una scintilla, come l’innamoramento di un sessantenne (o di una sessantenne) per una ragazzina (o un ragazzino): i sensi appannati dalla tranquilla routine quotidiana sono riesplosi, si provano sensazioni e sentimenti che si pensavano definitivamente relegati nel cassetto dei ricordi: nella spazzatura il barattolo del Viagra, fuori di nuovo il libretto rosso di Mao.
Sconfitti allora sognano di prendersi una rivincita oggi: l’obbiettivo di ieri era la rivoluzione, quello di oggi è l’abbattimento del Mostro, del Tiranno, del Mafioso, cioè di Silvio Berlusconi. Comunque una rivoluzione, o un colpo di Stato, vista l’effettiva consistenza politica dell’attuale opposizione.
La via parlamentare all’eliminazione del capo del governo non ha chance; si prova, si riprova si continua a provare con quella giudiziaria. Di rincalzo, fomentata dagli antiberlusconiani di professione, si cerca di preparare la piazza.
E visto che il nuovo esercito rivoluzionario non è molto folto, sono stati richiamati i riservisti che subito hanno risposto all’appello e si sono dichiarati pronti alla battaglia. Almeno fino a quando i loro figli non li convinceranno che è meglio, molto meglio, che stiano a casa a curare i nipotini o a guardare la tv.