«Quella norma tradisce la Costituzione»

da Roma

La poligamia è vietata nel nostro Paese ma questo non significa che non ci siano uomini di fede islamica che convivano con più di una moglie anche sul nostro territorio. Il bubbone oramai è scoppiato. Il boom dell’immigrazione porta con sé il confronto e l’inevitabile conflitto con aspetti della cultura, della tradizione e anche della fede che talvolta sono considerati intollerabili dal mondo occidentale. Uno di questi aspetti è ovviamente la poligamia.
«Quello che sta emergendo attorno al tema della poligamia in Italia è allarmante e non può lasciare indifferente il governo e le istituzioni», osserva Maurizio Lupi di Forza Italia che, assieme ad altri deputati della Casa delle Libertà ha presentato un’interrogazione a Romano Prodi per sapere quali siano le intenzioni del governo viste le notizie riportate dai quotidiani. «Le storie raccontate dal Corriere della Sera (la poligamia del capo dell’Ucoii denunciata da Magdi Allam, ndr) e dal Giornale sono, quasi certamente, solo la punta dell’iceberg - denuncia Lupi -. Il governo deve intervenire per evitare il proliferare di un fenomeno palesemente contrario alla nostra Costituzione».
Un gruppo di parlamentari azzurre (Isabella Bertolini, Patrizia Paoletti Tangheroni, Gabriella Carlucci, Simonetta Licastro Scardino, Laura Bianconi, fondatrici dell'Associazione «Valori e Libertà») ricordano di aver già segnalato in più di una occasione «il rischio di una legittimazione della poligamia in Italia» riferendosi in particolare al dibattito sul progetto di legge sulla libertà religiosa. Sono due i testi attualmente in discussione in Commissione Affari Costituzionali a Montecitorio: uno presentato dal verde Marco Boato e l’altro da Valdo Spini dell’Ulivo. Le deputate azzurre vogliono conoscere «l’esatta entità del problema e le reali condizioni di vita delle donne straniere nel nostro Paese» e dunque hanno presentato «alla Camera e al Senato, due analoghe proposte di legge per l’istituzione di una Commissione che indaghi sulla situazione delle donne extracomunitarie presenti in Italia».
Sotto accusa in particolare l’articolo 11 del Pdl della maggioranza che, denuncia il centrodestra, aprirebbe le porte alla poligamia perché lascia aperta l’opportunità di non leggere gli articoli del codice civile riguardanti il matrimonio durante il rito religioso.
Ma Spini difende la sua proposta che, spiega, non ammette in alcun modo la poligamia, anzi chiarisce i diritti e i doveri rispetto allo Stato.
«La nuova legge permetterebbe di conciliare l'islam con il codice civile», sostiene il diessino Spini ribadendo che il controverso articolo 11 «non c’entra niente con la poligamia». Spini osserva che i matrimoni di cui si parla non hanno alcun rapporto con il codice civile e che se non si fa una legge «le cose rimangono così com’è, un magma indistinto».
Per il senatore azzurro Lucio Malan la soluzione è a portata di mano basta introdurre nel Pdl «l’obbligatorietà di leggere ai coniugi il codice civile durante la cerimonia religiosa», dice il senatore da sempre a favore di una legislazione sulla libertà di culto anche in ragione della sua confessione valdese.
L’europarlamentare della Lega, Mario Borghezio, sollecita il vicepresidente della Commissione europea Franco Frattini con un’interrogazione urgente per chiedere di ribadire «con chiarezza, nei confronti di tutti i Paesi membri dell’Ue, l'assoluta incompatibilità, anche alla luce della tradizione giuridica europea, della poligamia con i valori fondanti della nostra Unione ed in particolare con quelli concernenti la difesa dei diritti umani e la dignità della donna». Borghezio si dice certo che Frattini «non resterà con le mani in mano di fronte al diffondersi a macchia d'olio di casi di poligamia nell’ambito dell’immigrazione islamica in Italia e in altri Paesi d’Europa».
Per Gianpiero D’Alia, capogruppo Udc in commissione Affari costituzionali della Camera è meglio «non esasperare i toni sulla poligamia» che «non è perseguibile perché non riconoscibile dal nostro ordinamento giuridico». Dunque, conclude D’Alia «la legge sulla libertà religiosa può avere un senso se attribuisce allo Stato poteri repressivi di tale condizione di sottosviluppo e di sfruttamento della donna come ci chiedono di fare anche i musulmani moderati».