Quella nostra dolce vita volata via con Marcello

È stato l’italiano bello, paziente e gentile, ironico e apparentemente pigro, disponibile eppure segreto, lo sguardo da eterno ragazzo. A dieci anni dalla morte non è il grande attore Marcello Mastroianni che ci manca, ma un certo tipo umano e un certo modo di fare cinema: da vivo, va da sé, avevamo imparato a conoscerne l’importanza, ma da quando non c’è più è la sua irripetibilità a elevarne la grandezza e insieme ad acuirne il rimpianto. Sarà anche vero che ormai nemmeno la nostalgia è più quella di un tempo, siamo divenuti tutti più cinici, più rancorosi, più apocalittici: e tuttavia, ogni volta che in immagini di repertorio, in spezzoni di interviste, appare quel volto, si risente quella voce, è come se un «effetto Marcello», ottimistico, allegro, poco portato alle polemiche, fuoriesca dallo schermo, la vita come gioco, il gioco della vita, l’avventura umana e professionale di un italiano vero ma non folcloristico. Uno che, facendo seriamente le cose, non aveva bisogno di prendersi sul serio.
Dei centosettanta film girati nell’arco di una carriera durata quasi mezzo secolo, quello che di Mastroianni continua a sorprendere è la straordinaria versatilità, un gusto quasi a moltiplicare i ruoli e le facce: il prete e l’impotente, l’uomo incinto e l’omosessuale, il fallito e l’assassino. «Senza voler apparire snob, i francesi indicano con il verbo jouer, giocare, il mestiere di reciter, recitare. E giocare vuol dire proprio divertirsi, essere un ragazzino ai giardini pubblici: io faccio il poliziotto, tu fai il ladro... Spiegato così è tutto più bello». E la sua vita è stato proprio questo, la vita di un eterno ragazzo flaneur, di una specie di Oblomov di Cinecittà, per il quale andare sul set significava divertirsi. E come ogni ragazzo che si rispetti, Mastroianni ha sempre giocato seriamente, con attenzione, con puntiglio, con determinazione.
Allo scorso Festival di Cannes, la presentazione del film Marcello, una vita dolce, di Mario Canale e Annamaria Mori, fu l’occasione per un ricordo e un tributo che visto da oltralpe induce a qualche riflessione. La passione francese per questo attore baciato dalle donne, dalla fama e dal successo, è nota, favorita anche dal fatto di essere stato il compagno di una delle attrici più amate di Francia, Catherine Deneuve, di aver avuto da lei una figlia, Chiara, nata a Parigi, di aver vissuto in questa città e di esserci morto, il 19 dicembre, appunto, di dieci anni fa. Ma c’è un altro elemento più sotterraneo e psicologico che vale la pena di sottolineare, ovvero che Mastroianni è in fondo l’italiano che i francesi vorrebbero essere, naturalmente elegante, seduttore suo malgrado, bon vivant senza eccessi, per nulla competitivo perché conscio del proprio valore, indolente per autodifesa, innamorato della vita. È questa immagine a spiegare anche la passione italiana dei francesi, passione che spesso ci sembra incomprensibile e comunque immeritata: ci vorrebbero come lui, si illudono che siamo come lui, non rinunciano all’idea che, volendo, saremmo come lui. E per questo ci invidiano. Poco importa se l’immagine sia vera o falsa, a loro appare verosimile e si accompagna con il corteo dei vestiti ben tagliati e ancor meglio indossati, dell’arte di vivere e delle città d’arte...
Sotto questo profilo Marcello Mastroianni è stato il miglior ambasciatore che l’Italia repubblicana abbia avuto. Non aveva la cupezza altera di un Gassman, le strizzate d’occhio di un Sordi, la paura di invecchiare di un Tognazzi, la puntigliosità contadina di un Manfredi. C’era questa languida animalità di una bellezza senza angoli oscuri, questo andare sul set come si va in banca o alla posta, questa capacità di staccare fra professione e vita privata. Rispetto agli altri grandiosi «colonnelli» del cinema italiano, Mastroianni fa in fondo vita a sé: non ha incarnato i tic dell’italiano medio, non ha creato uno stereotipo, non ha cavalcato un personaggio. Paradossalmente, l’attore non ha mai preso il sopravvento sull’uomo in carne e ossa, paradossalmente l’uomo in carne e ossa è riuscito ad essere altrettanto rappresentativo nella vita quanto lo era sullo schermo.
Figlio d’artisti, più che figlio d’arte, nonno e padre ebanisti, zio scultore, il fratello montatore cinematografico, nato in provincia, a Fontana Liri, ma fin da ragazzino vissuto a Roma, più che il sacro fuoco dell’Accademia, dell’arte, il suo essere attore gli derivava dall’infanzia, dai piccoli teatri parrocchiali, dalla vicinanza di casa con Cinecittà, e quindi dall’essere fin da ragazzo, grazie alla mamma di un amico che lì gestiva la mensa, una presenza quasi familiare negli studi cinematografici. Andare a Cinecittà era come andare al circo e fare parte del circo, inventare, giocare, lasciarsi guidare.
Ha detto di lui Pietro Germi che aveva «le caratteristiche dell’italiano senza però il provincialismo e il folklore» e la frase, visto anche da chi è stata pronunciata, ha un suo peso e ci riporta a quanto si diceva all’inizio, e cioè a un modo di essere e di comportarsi senza sbavature, all’amore per le cose fatte bene e senza farlo troppo pesare, a un pudore e a un orgoglio mai esibiti eppure sempre presenti. E certo, ci poteva anche essere spazio per un bonario, romano menefreghismo, frutto più della consapevolezza di tare antiche che della volontà di approfittarsi. Mastroianni non si reinventò un passato resistenziale, lui che, da militare, al nord c’era stato nemmeno ventenne al seguito dei tedeschi dopo l’Otto settembre, non si rifugiò mai nell’alibi dell’attore impegnato, non firmò manifesti né proclami ideologici: negli anni Sessanta fu il giornalista in crisi di La dolce vita così come il cinico, stupido barone Fefè Cefalù di Divorzio all’italiana; nei Settanta fece La grande abbuffata, cibo, sesso e morte, e Una giornata particolare, l’omosessualità come ultima dignità; negli anni Ottanta Ginger e Fred, la volgarità irresistibile della televisione... Ebbe una vita piena, sempre la stessa moglie, e naturalmente molte donne, peccatore per debolezza più che per convinzione. Fuori dal set non parlava male dei colleghi e parlava poco di sé stesso... Dove lo ritroviamo uno così?