Quella «nuova destra» somiglia troppo alla vecchia sinistra

Caro Granzotto, è consentito a un lettore che cerca di stare al passo con i tempi e che non disprezza la politica chiederle cosa sia la «nuova destra» della quale si va tanto parlando e i cui rappresentanti, Gianfranco Fini in testa, sarebbero i finiani? Cosa si intende per «nuova»? Dove il ritocco, dove e quale l’ideologico collagene o acido ialuronico capace di rifare più turgide le labbra e le tette della vecchia destra?
Milano

Bè, detta così fa ridere, caro Bonanni. Anche se tutto lascia credere che di quello si tratti e che la «nuova» destra sia solo una scartavetratina alla «vecchia» con l’aggiunta di qualche grain de beauté politicamente corretto. Il pensiero è alto, questo va da sé: bei cervelli stanno fumando per fornirgli un canone, alla «nuova destra» e Fini, che se ne frega, si frega però le mani: tirate le somme avrà a disposizione una parinnanza culturale per coprire le vergogne di una formazione politica che il tuttora presidente della Camera sta varando per suo uso e per suo consumo. Ho letto e mi sono annotato i primi tormenti ideologici degli ostetrici della «nuova destra», caro Bonanni, senza averne tratto una buona impressione. Mi pare che siamo sempre lì, all’aria fritta. Fritta benissimo, intendiamoci, in un olio intellettuale di prima qualità anche se non proprio extravergine. Che devo dirle? Di fronte a proclami del tenore di quelli che subito riporterò tra virgolette, non è che ci sia tanto da far festa. «Sfruttare il varco che si è aperto (grazie al salto da canguro gigante di Fini, parentesi mia) in una fase di sommovimento geologico delle ideologie» per scodellare una destra nuova di trinca è una asserzione altisonante che ideologicamente non vuol dir nulla. Se non sottolineare l’opportunismo dell’operazione. «Tra la cultura orpello e la politica cieca bisogna che qualcosa avvenga, che ridia spazio alla politica» tradisce il superomismo intellettuale che mai diede buoni frutti civili. «C’è di nuovo un problema di rappresentanza, di quelli che sono oggi gli invisibili. Tutti i soggetti potenzialmente attivi oggi confusi nella massa grigia dei non votanti, così quanti non sono sensibili ai rilevamenti statistici: precari, giovani, immigrati, tutti i renitenti alla socialità politica» è solo fare il verso ai campioni dello stucchevole, melenso perbenismo politicamente corretto che vede primatisti Fabio Fazio, Massimo Gramellini, Michele Serra e Adriano Sofri.
«Destra e sinistra non solo rappresentano categorie politiche vecchie ma sono diventati via via luoghi intransitabili da una buona politica tutta da costruire, in cui finalmente si affermi una forza libertaria, sensibile alla modernità, capace di coniugare sul serio doveri e diritti, durissima con chi ruba e corrompe, pronta ad affrontare il cambiamento epocale della società nazionale ed europea» sono litanie che mio nonno, che aveva fatto la Grande Guerra, recitava sospirando e già allora suonavano come dovute. Se questa è la destra «nuova» andiamo male e peggio andremo se per «superare il ricatto paralizzante delle passate appartenenze» è pronta a immergersi dove da tempo sguazza Fini, nelle vasche miracolose della retorica e dei luoghi comuni «sinceramente democratici». Confermando così il giudizio impietoso di Marcello Veneziani, secondo il quale la nuova destra è solo una sinistra in ritardo.