Quella parola di meno (e quelle di troppo)

Va bene, presidente Moratti, è vero: Lei e l’Inter siete stati massacrati tutto l’anno, giusto prendersi una rivincita. Però domenica alle sue parole ne è mancata una e ieri se ne sono aggiunte tante altre, troppe in verità. Ci pensi: gli ultrà dell’Inter hanno fatto di tutto per rovinare la festa e la «manifestazione pacifica» di Parma è diventata presto guerriglia urbana con il ferimento di un poliziotto che solo per fortuna non è diventato qualcosa di più. E poi, in serata, a San Siro, c’è stato lo sfregio finale da parte degli ultrà - questa volta - del cimelio facile, una violenza diversa ma non per questo poco grave. E quindi: zolle arrotolate e portate via sotto braccio, porte danneggiate, reti divelte. Insomma: passi il minacciare di mandare «i ragazzini» a giocare a Roma la finale di coppa Italia - ma era solo una battuta, vero? - però sarebbe piaciuto anche ascoltare da Lei una parola di condanna contro tutti quelli che la famiglia nerazzurra dovrebbe escludere. E invece abbiamo appreso che l’assalto all’asilo di Parma forse «è stato involontario», perché gli ultrà «pensavano che facesse parte dello stadio». Ma scusi, presidente: che differenza fa? Certo «è stato brutto» ha detto, ma essere la società campione d’Italia significa anche dare un esempio. E invece, presidente, mi creda: abbiamo sentito una parola di meno e qualcuna di troppo. Questa volta è mancata quella giusta.
Marco Lombardo