Quella passione dalemiana per i «capitani coraggiosi»

Luca Telese

da Roma

Le passioni, le croci e le vele. Soprattutto in questi giorni, quelli che sta vivendo sul filo rovente della graticola mediatica, soprattutto adesso che i giornali pubblicano gli estratti dei suoi conti correnti e nelle sezioni del partito si discetta dell’entità del suo leasing (si cerca il compagno esperto di mutui per capire quanto abbia davvero preso in prestito se paga 8.000 euro di rata), soprattutto adesso - diciamo - è davvero chiaro che Massimo D’Alema è destinato a restare comunque nella storia di questo Paese, non per qualche record di longevità governativa - come forse avrebbe sperato lui - ma come una maschera, un simbolo e un mito (a seconda di chi guarda), per questo suo essere a suo modo un rivoluzionario incompiuto e sconfitto, un Pisacane del secondo millennio.
Tra qualche anno, forse, quando sarà uscito di scena, si dirà di qualche suo epigono che «quello è un D’Alema» per spiegare le asimmetrie della vita e le fatalità del carattere, la forza e il temperamento, ma anche il difetto fatale che ti inchioda a te stesso e ti mette sempre al tappeto. D’Alema cade e risorge di continuo, ma alla fine la cosa che rimane di lui è che si crede un vincente nato, mentre invece è simpatico proprio perché è tutto il contrario. La cosa certa è che in queste ore non si può non notare come tutto il bene di D’Alema coincida con tutto il suo male, e tutto questo sterminato zenith di opportunità e sventure si possa a ben vedere racchiudere nella metafora nautica che si è testardamente scelto come epigrafe, dalla passione per la barca, a quella per i «capitani coraggiosi».
Il presidente dei Ds, infatti - anche se libero dal sospetto di qualunque addebito penale - viene inchiodato come il doblone del capitano Achab all’albero maestro del suo venti metri (18.62, 16 tonnellate di peso, e 40 di stazza a voler essere pignoli come lui), al legno lamellare e alla fibra di carbonio del suo Ikarus II, il passo più lungo della gamba, la barca dello scandalo e della Ubris, quella che persino un velista non pauperista come Giuliano Ferrara gli ha pubblicamente invidiato in un memorabile articolo su Panorama.
Il peccato di presunzione di D’Alema è a ben vedere tutto qui, nell’essere così comunista da pensare che bastasse la passione della vela per diventare post, che l’essere stato un tempo serioso, austero e persino «a Mosca, l’ultima volta» con Enrico Berlinguer, lo potesse preservare dalle sue relazioni pericolose e dai suoi amori difficili. Ci aveva spiegato, in quell’ormai lontano 1999 che Gnutti e Colaninno, la nuova finanza padana erano proprio questo, «capitani coraggiosi»: ed era chiaro che l’allora premier vedesse nella «nuova razza» imprenditoriale non solo degli interlocutori privilegiati e di favore, ma una nuova classe dirigente da forgiare a propria immagine e somiglianza, «armate proprie» da addomesticare machiavellicamente, come si faceva nel Pci con i compagni di strada.
Era lo stesso D’Alema che cercava il dialogo con «il dottor Cuccia» (cosa che dato l’impegno profuso poi riuscì benissimo persino al suo sosia di Striscia la Notizia) e che portava a spasso per Botteghe Oscure - lo ha ricordato ieri Dagospia - Sergio Billè: i marmi austeri che conservarono i segreti di Mosca e l’Alcova di Togliatti, i quadri di Guttuso e l’austerità berlingueriana, esibiti come una didascalia davanti al pasticciere di Messina, lo stesso che ha dilapidato una fortuna (a quanto pare non sua) per comprare palazzi da Stefano Ricucci e mobili Luigi XVI dagli antiquari più costosi.
C’era anche in questo tentativo di vezzeggiare e promuovere il presidente di Confcommercio una traccia della sua damnatio memoriae, l’«exeietà» comunista, il complesso di superiorità del «figlio di un Dio minore», che aveva dimenticato tutti gli assoluti ideologici ma non la passione pedagogica. D’Alema è stato dirompente in questi anni, e i suoi amori sono stati difficili perché inseguivano sempre il contrario della sua storia, o la mutazione genetica della sua stessa identità: il leader Maximo portava a Palazzo Chigi il sorriso di ferro di Claudio Velardi e le passioni erotico letterarie di Fabrizio Rondolino. Ma poi era costretto a licenziare il suo portavoce per un capitolo erotico inserito nel suo Secondo avviso. E del suo ex capo segreteria (Velardi) fu costretto talvolta a velare e persino negare l’amicizia, perché la dissacrazione e la discontinuità dei dalemiani finivano sempre per mettere a rischio la sua storia e la sua identità. Persino Giovanni Consorte è stato un altro contrario, un’altra grande passione di D’Alema, come una vita parallela. A ben vedere un altro post, come lui, e per questo difeso fino all’indifendibile: Massimo terremotava il partito e cercava di portarlo oltre le colonne d’Ercole della sua storia, così come Consorte si adoperava per seppellire il cooperativismo ottocentesco, tra scalate, stipendi da manager e qualche piccola, avveduta speculazione personale.
Persino per Stefano Ricucci c’era stata una prudente esternazione di simpatia (subito corretta), perché a D’Alema per realizzare il dalemismo servivano dei dalemiani che non esistevano, e forse non esisteranno mai. Dice uno dei suoi veri amici, Giuseppe Caldarola, che l’Italia è piena di «dalemiani abusivi», che i dalemiani non esistono, che forse non lo è nemmeno lui. Noi iniziamo a sospettare che non sia dalemiano nemmeno D’Alema. Altrimenti il leader Maximo non avrebbe calzato con tanto orgoglio le famose scarpe da un milione e mezzo per poi raccontarci che sì, tanto valevano, «ma erano un omaggio di un amico calzolaio di Marco Minniti», e non ci avrebbe detto che lui Ricucci «non sapeva nemmeno ci fosse», e non ci avrebbe detto che si era comprato l’Ikarus ma l’aveva pagato solo 400mila euro perché gli sponsor gli hanno fatto lo sconto. Sarebbe insomma un leader che se non fosse post andrebbe orgoglioso della sua barca senza doverci raccontare che l’ha pagata meno di quello che costa, e che divide la spesa con due amici, e che ha potuto comprarla perché ha venduto la casetta del padre. Se non fosse tutte queste cose D’Alema sarebbe un leader diverso, e forse addirittura nuovo. Invece non lo è: dice e non dice, fa e si pente, è postcomunista fino al midollo, è perdente come i suoi amori. Ed è tanto intelligente quanto simpatico.