Quella piccola bara bianca sulla quale nessuno ha pianto

La piccina aveva solo quattro anni. Con lei ha perso la vita anche la giovane mamma. I parenti non se la sono sentita di presenziare al rito nella camera ardente

Luciano Gulli

nostro inviato a Palermo

È una palazzina bassa, di colore beige, circondata dai ficus e dalle palme che ornano i vialetti del Policlinico. Una targa, all'ingresso, dice: «Accademia delle Scienze mediche».
È qui che hanno allestito la camera ardente. Undici bare color noce, semplici, con un cartellino attaccato su cui c'è scritto il nome del povero morto che vi ha trovato ricetto. All'intorno ci sono i parenti arrivati ieri l'altro col volo speciale da Bari. E sono lacrime, grida, scene strazianti di un dolore impossibile da contenere. A gruppetti salgono i pochi scalini della palazzina reggendosi a vicenda. Mamme, padri, fratelli e sorelle che negli occhi hanno ancora le immagini di quei loro congiunti sorridenti, allegri, elettrizzati dal pensiero di una vacanza - la prima, per molti - fuori dai confini nazionali. All'esterno della palazzina, circondata da un nastro bianco e rosso che serve a tenere lontani cronisti e curiosi, ci sono le ambulanze della Croce rossa. Qualcuno ha disposto delle sedie, per chi non ce la facesse a reggere l'emozione. Molti sono accompagnati, sorretti da psicologi e psichiatri.
Undici bare color noce. Poi c'è la bara bianca, quella davanti alla quale non si ferma nessuno. Dentro c'è il corpo di Chiara, 4 anni, la più piccola delle vittime di Capo Gallo. Una bambina bella, i capelli biondi, il volto reclinato verso sinistra. Un velo di tulle, come quello delle spose, copre il suo corpicino. Accanto a Chiara c'è il corpo della madre, Elisabetta Acquaro, lei pure morta nell'incidente. A riconoscerne i corpi, l'altro ieri era arrivato un parente dagli Stati Uniti. Quelli che abitano in Puglia non se l'erano sentita. Anche il sindaco del paese non era riuscito a convincerli. Non è stata indifferenza. Al contrario. Non venire a Palermo a dire «sì, sono loro», dev'essergli parso un modo per allontanare lo spettro della morte, come se per magia si fosse potuto riportare mamma Elisabetta e la piccola Chiara alla settimana scorsa, quando erano vive e Chiara si provava il costumino, i braccioli e la maschera nuovi di zecca sognando le spiagge e i cammelli di Djerba.
Accanto alla bara bianca, per una preghiera, si ferma solo il vescovo ausiliario di Palermo, Salvatore Di Cristina. Ai cronisti, quando esce dalla camera ardente, mormora solo poche parole. «Quella bambina, quella povera mamma, senza nessuno che le pianga... Che dire: sono sconvolto».
Sui gradini, ora che è andato a dare l'ultima carezza sulla bara in cui riposa la sua fidanzata, Maria Grazia Berenato, si sofferma Donato Salvatore Cetola, 31 anni, l'uomo che per un'ora si prodigò, accanto al relitto dell'Atr 72, aiutando chi non ce la faceva a mettersi in salvo sulle ali del relitto.
Donato Cetola, una gamba e un braccio ingessati, gli occhi gonfi di lacrime, rivive a ogni istante quei drammatici momenti. Rivede i compagni di viaggio che ha sostenuto quando sembravano sul punto di lasciarsi andare, quelli che aiutò a vincere il panico, costringendoli a indossare il giubbotto salvagente. E ora convive col senso di colpa, lacerante, di chi ha salvato degli sconosciuti ma non è riuscito a far nulla per la sua Maria Grazia.
Nella camera ardente manca solo la bara di Moez Bouguerra, il capocabina tunisino dell'Atr. Il console tunisino a Palermo, Frej Soussi, aspetta l'arrivo di un imam per il rito islamico. Poi, dopo la cerimonia, la salma verrà trasferita a Tunisi. Anche laggiù c'è qualcuno che aspetta una bara su cui raccogliersi.